Da un S.S.N. fondato sui principi di universalità, equità e solidarietà, dove ognuno dovrebbe contribuire al fondo sanitario nazionale in proporzione al reddito, in modo da assicurare a tutti le cure necessarie, si sta arrivando, con provvedimenti frammentari più o meno mascherati, alla selezione dei pazienti per cui paga di più chi è più malato.
Alla giusta necessità di contenere la spesa sanitaria, il Governo Berlusconi e le amministrazioni regionali di centro destra, rispondono buttando all’aria le riforme strutturali dell’ex ministro Bindi, reintroducendo i ticket, (P.S. - farmaci - esami prevenzione) che altro non sono che tasse sulla malattia, ridimensionando le piante organiche, assoggettando le scelte terapeutiche dei medici a mero calcolo economico, umiliando le professioni (vedi le affermazioni del Presidente del Consiglio relativamente alla riconversione degli operai della Fiat in infermieri), costringendo gli infermieri a svolgere il ruolo di esattori (vedi il pronto soccorso di Nuoro).
La maggiore pressione fiscale sui malati, aumento della spesa sanitaria su tutto il territorio nazionale, specie nelle regioni amministrate dal centro destra quali Lazio e Lombardia, le cui aziende sanitarie denunciano il deficit di bilancio più elevato senza un corrispondente rinnovamento della qualità della assistenza, sono la dimostrazione del fallimento della politica sanitaria del ministro Sirchia.
I cittadini, soprattutto i più poveri e gli anziani, che sono anche i più malati, hanno netta la percezione di un sistema sanitario più caro, meno efficiente e meno accessibile.
Il sistematico degrado del servizio pubblico incoraggia il bisogno di un sistema sanitario altro e l’idea che per essere curati meglio si debba pagare di più attraverso un sistema assicurativo, ripristinando, di fatto, le vecchie mutue che hanno dimostrato la loro logica fallimentare già trent’anni fa. In questa direzione va il tentativo di ripristinare la libera professione pei i medici ospedalieri (benché il 90% avesse scelto il rapporto esclusivo con il S.S.N.) e il mettere sullo stesso piano le strutture pubbliche e quelle private.
Manca la chiarezza su quale sarà il ruolo dei piccoli ospedali. Cosa vuol dire riconvertire?
Gli ospedali di Isili, Sorgono e Bosa, sono piccoli come posti letto ma fondamentali per la vitalità dei paesi che ruotano intorno a loro.
Se si chiudono le preture, le scuole, gli ospedali, si chiuderanno anche le case. Il rischio è che rimangano solo le caserme per presidiare i territori spopolati. L’ospedale San Francesco così lontano da alcuni territori della ASL non potrà fornire risposte nei tempi e nei modi necessari.
La rete dei servizi territoriali è insufficiente, i distretti non decollano, l’integrazione socio sanitaria è inesistente. L’ospedale cittadino, sottoposto da anni a interventi di ristrutturazione, non riesce a dare risposte ai bisogni sanitari di tutto il territorio della Asl.
Le liste d’attesa per la diagnostica e per la chirurgia sono troppo lunghe benché siano aumentate l’attività ambulatoriale e quella chirurgica sia quantitativamente che qualitativamente.
Le risorse sono utilizzate in modo irrazionale: ci sono apparecchiature ad alta tecnologia sotto utilizzate, quali ad es. la TAC dell’ospedale Zonchello con conseguenti liste d’attesa lunghissime al San Francesco, mentre mancano apparecchiature indispensabili come quella per studiare la colonna vertebrale nei politraumatizzati. Lo stesso discorso vale per le risorse umane e professionali dell’Azienda. La recente attribuzione degli incarichi non ha osservato criteri di professionalità e merito.
In assenza di un Piano Sanitario Regionale, ovvero senza programmazione, non può esserci omogeneità di offerta dei servizi dunque omogeneità di cura per tutti i cittadini sardi.
Nel nostro ambito territoriale, caratterizzato da bassa densità di popolazione, condizioni orogeografiche difficili e pessima viabilità, decentrare i servizi sanitari è troppo costoso. Con i meccanismi di finanziamento attuali sia che governi il centro destra o il centro sinistra la nostra ASL non è in condizioni di sostenere i costi del decentramento di tali servizi, i quali sono scaricati al San Francesco e alla città, entrambi non calibrati a dare risposte congrue alle domande che provengono anche dalla periferia.
Per sanare il gap storico dei nostri territori rispetto a Cagliari e Sassari, sono necessari finanziamenti straordinari.v Per essere competitivi è necessario avere le stesse opportunità, altrimenti si rimane sempre in coda. È fin troppo chiaro il destino della sanità in Sardegna e quindi nel nuorese, se dovesse passare la devolution voluta da Bossi.v Con quali risorse potremmo garantire l’assistenza sanitaria?
È ormai evidente che questo governo regionale non riuscirà a varare il Piano Sanitario Regionale. È in quella sede che dovrà essere garantito il riequilibrio in offerte di servizi e opportunità tra i diversi territori della Sardegna. I compagni e gli amici di Cagliari e Sassari dovranno mettere da parte il campanilismo che in ambito sanitario li ha caratterizzati sino ad ora. Non si spiega in altro modo l’opposizione reiterata per anni alla istituzione della neurochirurgia a Nuoro, con la scusa che non c’erano i numeri.
A Nuoro sono stati eseguiti 250 interventi di neurochirurgia in un anno. Dovremmo lavorare affinché in tutto il territorio regionale i cittadini abbiano opportunità di curarsi, evitare la chiusura degli ospedali di Isili, Sorgono e Bosa che dovranno dare risposte per quanto riguarda la diagnosi e cura di routine, l’emergenza ed inviare all’ospedale San Francesco i casi più complessi.
Il mantenimento di questi ospedali, inoltre, risponde all’esigenza di conservare in loco i posti di lavoro e contribuire alla vita economica e socio culturale dei nostri paesi.
È necessaria una maggiore vivacità delle amministrazioni locali. Vista l’inattività della Asl, i Comuni dovranno farsi promotori di iniziative di integrazione socio sanitaria, nell’ottica del miglioramento della salute e della qualità della vita dei propri cittadini.
La conferenza d’azienda e le conferenze di distretto dovranno svolgere con maggior convinzione ed efficacia il compito di programmatori e controllori che la legge loro attribuisce. Gli amministratori della ASL dovranno essere espressi qui, non a Roma o a Cagliari, perché per gestire dinamiche complesse come quelle che si sviluppano in ambito sanitario, è necessaria la conoscenza dell’economia ma anche dei luoghi e delle persone.