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Il triangolo delle M:Malato, Medico e Malattia
 
La semantica della malattia circoscrive un'area che si ritiene diffusamente interessata e attraversata esclusivamente dall'operare del medico e dal suo sapere scientifico.
È convinzione che solo il medico possa comprendere la malattia, in quanto rappresentante terreno della scienza medica.
Eppure è evidente l'impossibilità di definire la malattia in termini deterministici. È fondamentale invece la funzione relazionale in terapia, il rapporto terapeuta/paziente, che consente di inquadrare adeguatamente il corpo unico malattia/malato.
La malattia e il malato sono sostanzialmente indifferenti: si agisce su questo per agire su quella e si agisce sulla malattia nella singolarità individuale che la personifica.
La malattia è persona. In realtà oggi la filosofia della medicina mette in evidenza questa contiguità. Non si tratta più di appurare se la malattia sia una realtà che investe solo il sapere medico oppure sia discreta nel malato che pertanto è soggettività irriducibile alla malattia. Il sapere scientifico ha alienato la malattia dal malato pensando così di isolarne il nucleo da aggredire.
Di fatto quando si aggredisce la malattia si aggredisce il malato non solo quale supporto fisico ma anche quale grumo simbolico, flusso di coscienza inscindibile. Questo significa che la terapia entra nel merito di questa coscienza (soggettività) e ne altera l'equilibrio. Poiché la cura agisce sulla coscienza malata agendo sulla malattia, non è possibile evitare che operi sulla malattia in forza dell’azione sulla soggettività.
Ma ancora oggi la pratica medica ignora la soggettività del malato abdicando al dominio del sapere scientifico.
L'interpretazione soggettiva personale del malato, il suo inquadramento nel contesto di una visione (sindrome) del mondo che coinvolga la coscienza individuale, viene meno. La malattia ci parla, ci comunica che il significato delle cose va mutando, che il nostro vissuto è costruito anche dalla/nella malattia. Quando il nostro vissuto prende il sopravvento e la nostra soggettività se ne fa carico allora la scienza medica arretra e della malattia non se ne occupa in modo esclusivo il medico: il malato chiede di partecipare, con la sua sindrome esistenziale, con i suoi significati e con la sua coscienza, alla cura. Questo partecipare è propriamente esserne parte.
Il discorso investe anche il ruolo del medico, il cui potere sul malato e sulla malattia non è diminuito a causa di un potenziamento della scienza medica, ma di una crescente artificiosa divaricazione tra malato e malattia. Divaricazione comunque solo formale e schematizzata nella cura, perché nei contenuti, nel vissuto quotidiano dell'individuo, il nodo malato/malattia continua a mantenersi stretto e vitale.
Il peso di questa forzatura simbolica si ripercuote direttamente sul vissuto producendo vuoti, distorsioni, vertigini che inficiano il potere della cura e indeboliscono la terapia. Il potere della medicina è così messa in crisi dalla sua volontà di potenza, o meglio, dal suo delirio di onnipotenza. Il medico deve far fronte a questa crisi culturale ed elabora strategie difensive che producono però ulteriori barriere.
Egli cerca di allontanare simbolicamente la malattia dal malato: così facendo innesca una risemantizzazione del triangolo e una crescente vulnerabilità della scienza medica, sempre più incapace di dare risposte (di guarire) e vieppiù incartata in una concezione della cura che si cura principalmente di se stessa. Vengono meno i momenti dell'etico e del psicologico su cui agisce il potere della cura, perché il malato in quanto tale, essere umano che vive la condizione della malattia ad un livello di maturazione consapevole, è soggettività in quanto sintesi di eticità e psiche, a dispetto di una tèchne che lo considera semplicemente materia grezza, groviglio di nervi e muscoli, miscuglio di sangue e secrezioni, sintesi chimico-fisica di un congegno meccanico, carrozzeria da lucidare e motore da revisionare.
L'elenco delle malattie è lungo e vasto è anche lo spettro semantico (dall'astratta forma della scienza fino alla concreta esistenza di ogni individuo) che interpreta e organizza agglomerati di significati e significanti sulla base dei criteri selettivi più diversi, tra i quali la cura, la guarigione, l'ordine cosmico, lo status socio-economico, la storia, la cultura. Così fa parte della coscienza del nostro tempo convivere con malattie degenerative dalle quali non si guarisce, mentre le malattie infettive e traumatiche, che si esauriscono in una guarigione, si ritagliano spazi di significanza esigui. La guarigione infatti sposta su una dimensione superficiale il valore della malattia. È invece la malattia che non contiene in sé il seme della guarigione che ridisegna il nostro modo di essere rispetto alla vita e quindi rispetto alla morte. "Il corpo ha la capacità di autoguarirsi" diceva il padre dell'osteopatia, Andrew Taylor Still, per cui il compito del terapeuta non sarebbe guarire il paziente, ma riequilibrare una struttura per ridare al corpo la forza vitale per autoripararsi. In tutti i casi la malattia non dovrebbe essere considerata un incidente, ma semmai un'affermazione della vita, che ne comunica la precarietà intima e ne esprime la fenomenologia inclinata sull'orizzonte della morte.
Proprio perché di molte malattie non si guarisce mai la vita si accompagna ad esse. Queste entrano a far parte del tempo quotidiano e strutturano l'esistenza: esse sono il segno della nostra caducità, fragilità, vulnerabilità. In un certo senso le malattie sono tutte espressioni del tempo, dichiarazioni di temporalità che tessono il vestito del nostro essere.
Il tempo della salute è dentro questo magma che ci fa sentire cosa tra le cose. Anche per questo motivo tutto il mondo delle relazioni interpersonali sono attraversate e investite di ciò. I nostri sistemi sanitari sono per lo più refrattari a ripensarsi: invece di avvalersi di questa infinita risorsa che è il malato lo incasella, lo cataloga e, quel che è peggio, lo costringe ad identificarsi con la sua cartella clinica. Ma la cartella clinica non è la malattia. La scienza medica annulla l'impianto simbolico che regge il triangolo malato-malattia-medico e tiene separati (oggettivizza) i poli, trattandoli separatamente, come oggetti, appunto. In realtà ognuno dei tre poli è forma conoscitiva che dà significato agli altri due.
Ogni polo è soggettività, ma solo la scienza medica è veramente oggettività, in posizione altra, non irrelata praticamente (perché il sapere e la conoscenza dei tre poli si riversa sulla scienza medica come ricaduta tecnica ed epistemologica), ma formalmente orientata in senso oggettivo. Questa sua alterità è in fondo la garanzia del suo corretto lavoro, ma la pone anche fuori della prassi.
Non c'è niente di più oggettivo della scienza medica perché non c'è niente di più soggettivo della malattia, del medico e del malato.
NUMERO /2
Anno 2003, n. 2
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