Lavoro in ospedale, un monolito rosso adagiato su un’altura in balia dei venti. Strutture poco avanzate e professionalità molto sprecate, personale amministrativo di gran lunga più numeroso, inutile, pagato e riposato rispetto al personale medico.
Già, sono un medico, di quelli della generazione di mezzo, generazione perduta e anagraficamente colpita da malasorte. Non siamo perduti noi, che abbiamo preso le nostre specializzazioni con accanimento e determinazione giacobina e che volevamo salvare il mondo.
È la nostra generazione che è perduta. Laureati e plurispecializzati, buttati nel cosiddetto mercato del lavoro quando questo era saturo come mai lo era stato prima. Abbiamo fatto anni di guardia medica nei più sperduti paesini di montagna o della costa.
Ci siamo trovati a suturare ferite di pastori fingendo di credere a stravaganti incidenti piuttosto che a coltellate di leppa nel mezzo di una partita di murra, e abbiamo riempito di benzodiazepine drogati in crisi di astinenza, ‘che altro non potevamo fare in quelle strutture fatiscenti. Ci accompagna una fede luterana, sentiamo la nostra professione come una missione.
Vogliamo riformare i medici e i pazienti:pensiamo alle indulgenze con orrore perché mai ce ne serviremmo.
Come non sono le opere buone a salvare l’uomo ma solo la fede, così noi crediamo a un paradiso sanitario positivamente entropico (lavoro, formazione professionale, ricerca scientifica, confronto e collaborazione) e antropico (semplicemente l’amore verso il proprio simile), e questo ci pone al di sopra di ogni dubbio.
Mi spingerò oltre: siamo calvinisti, crediamo nella predestinazione. Predestinati, nell’ambito delle nostre possibilità che crediamo immense, a limitare l’umana sofferenza. Siamo invece costretti a stilare constatazioni di decesso di vecchi pensionati soli morti da un mese, la cui assenza si manifesta ai vicini sotto forma di fetore di cane morto, e dobbiamo aspettare al freddo che il signor giudice venga svegliato col caffè, arrivi sul luogo della banale tragedia umana e ci dica può andare.
Partecipiamo a concorsi ospedalieri quando questi vengono ancora suddivisi per area medica e chirurgica conoscendo, prima ancora di consegnare la domanda, il nome cognome e indirizzo del fortunato vincitore (albero genealogico compreso), figlioccio o rampollo della stessa area politica del capocommissione d’esame. Perché niente è più forte in questa ridente cittadina - non l’amore non l’odio né la vendetta - dei legami di potere di vecchie famiglie che sembrano autoalimentarsi e rinnovarsi di generazione in generazione.
Ma soprattutto siamo quelli che “non hanno fatto il ‘68” perché cronologicamente impossibilitati e pertanto guardati con disprezzo da fratelli e cugini più grandi. Possiamo giocare gli indiani metropolitani ma gli autonomi ci spaventano al punto tale che preferiamo concentrarci sui libri, diomainonvoglia venga fuori da qualcuno di noi un professionista men che rifinito.
Gli anni di piombo ci investono con violenza;la barbarie, il riflusso, e tutto è contro di noi. Alcuni si trovarono coinvolti, senza neanche saperlo, in storie di fiancheggiamento a banda armata e si laureano in carcere. Noi siamo fatti così. Volevamo cambiare il mondo e il mondo si è vendicato, trasformandoci nostro malgrado in burocrati, affidando alla nostra buona volontà ciò che avevamo sempre temuto:dimenticarci di essere medici.
Esautorati da dignità professionale a colpi di circolari che ci costringono a modificare in continuazione il nostro rapporto con la signora Prozacchi o con il signor Ritornante - i quali ci vedono come unici responsabili del loro comprensibile disagio umano - ci arrabattiamo a conservare la nostra identità tra strutture inadeguate,strumentazioni medicali obsolete e amministratori medici che hanno solo vaghi ricordi di ciò che un tempo sono stati, se mai lo sono stati.
Dissolvenza. Tramonti color indaco.
Incubo d’esame di maturità mai superato, mia madre che dice a un me stesso di dieci anni se prendevi il libro invece di giocare facevi meglio, un me stesso di tre anni terrorizzato per le storie di zì’orcu di mio nonno, che, chissà perché, ride - Signora, mi dica, perché è venuta a trovarmi?- - Ih… se non lo sa lei che è IL MEDICO!- Un’altra signora Prozacchi, mai vista prima dall’operatorio sanitario. Il fenotipo è depresso/rivendicativo:pelle grigia e cascante, occhi da pesce lesso, completino Luisa Spagnoli con scarpe e borsetta pendant, gioielli autentici ma del genere fondo di bottiglia e trucco da gran sera. - Signora, come posso saperlo se non ci conosciamo. Riformulo la domanda: signora, come si sente?- - Ah…! Ecco, mi fa male tutto il corpo, sento un tremolio interno anche quando dormo. - - Signora come fa a sentire questo tremolio anche quando dorme, come se ne accorge? - -NON LO SO… però è così! -La signora affronta con sguardo di sfida l’operatore sanitario che, dopo altre domande senza alcun risultato degno di rilievo, la sottopone ad accurata visita medica. - Signora, il suo cuore è forte come quello di una ventenne, non ha motivo di avere alcuna preoccupazione.- Sul viso un’espressione di delusione che viene presto sostituita da interlocuzione. - Non mi sta nascondendo qualcosa, vero? IO HO IL TREMOLIO INTERNO! Il mio cuore non può essere sano! Mi dica la verità!- Sfortunatamente la signora è sana come un pesce. L’operatore sanitario si sente quasi in colpa per non poterle diagnosticare una patologia più dignitosa, e con imbarazzo insiste - Signora, per legge non posso mentirle, mi creda…mi spiace ma lei è sana.- - Mah…sarà, io però sto male.- E se ne va con le spalle curve mentre il medico si accorge che la signora non è affatto convinta della striminzita diagnosi, più triste e depressa che mai. Come da manuale, dopo qualche giorno il professionista della sanità pubblica viene chiamato al telefono dal collega che lavora in uno studio elegante in centro, meglio noto come “Mister duecento euri” - Ciao carissimo, ho testè diagnosticato un altro tremolio interno…-
- Fibrillazione ventricolare! Trecentossessanta joules e fuori i secondi, vai! - Il monitor pare ancora impazzito in onde scomposte e larghe, il signor Ritornante perde il controllo degli sfinteri e si esibisce in una copiosa pisciata sulla tuta verde del medico. - Non ritorna! Ancora! Fuori i secondi! - Odore di pollo arrosto e il monitor ritorna in sé, ma soprattutto ritorna in questa valle di lacrime il signor Ritornante. Il medico ascolta il racconto del redivivo, mentre pensa per l’ennesima volta che la morte elettrica è la morte ideale. - Dottore è incredibile mi è accaduta una cosa meravigliosa ero in un tunnel e in fondo c’era una luce abbagliante vedevo mio padre che mi sorrideva e mi diceva torna indietro ‘che non è la tua ora e dall’altra parte c’era lei che mi tendeva le braccia e mi diceva torna indietro non lasciarmi tre punti esclamativi - Quante volte la tuta verde pisciata ha sentito questa storia. Ma perché dire ai signori Ritornante che nei minuti in cui erano virtualmente morti le sinapsi cerebrali scaricavano ancora elettricità, sotto forma di ricordi, di libri letti o di films visti che parlavano di morti e di tunnel? Del resto, tuta verde non ne è affatto certo.
Poi l’infermiera mi sveglia. Mi levo dal mio letto di medico di guardia e provo una fitta di nostalgia al petto. Per ciò che avrei voluto essere