Dal diritto al lavoro, al diritto ad una informazione pluralista, ad una giustizia giusta, al diritto alla salute.
Un diritto, quello alla salute, spesso trascurato, che stenta a trovare una sua centralità nell’iniziativa politica dei partiti della sinistra, dello stesso sindacato.
Eppure la salute condiziona le opportunità di ciascuno di noi, la possibilità di crescere, di comunicare, di partecipare alla vita civile, sociale e culturale. Oggi il diritto alla salute è minacciato da un governo che ha messo in atto una strategia che tende a privatizzare il diritto alla salute, che mette a rischio le conquiste dello stato sociale, l’esistenza stessa del Servizio sanitario nazionale.
Sono parte di questa strategia: l’anacronistica riproposizione delle vecchie mutue, non solo con funzione integrativa, ma sostitutiva del SSN, lasciando prefigurare una sanità a due velocità, una per i più abbienti e una per la parte più povera della società.
La privatizzazione di parti importanti del nostro sistema ospedaliero, con l’ingresso dei privati nel consiglio di amministrazione degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico.
Il ridimensionamento dei servizi territoriali e dell’assistenza domiciliare(tossicodipendenza, salute mentale, handicap, pazienti affetti da patologie tumorali), scaricando così sulle famiglie il costo e il peso delle attività di cura. La introduzione in tutte le regioni governate dal centro destra dei ticket sui farmaci, sulle ricette, sulle prestazioni di pronto soccorso: una odiosa tassa sulla sofferenza degli ammalati.
Ma sono parte di questa strategia anche gli ultimi provvedimenti contenuti nella legge finanziaria e nel “decreto taglia spese” del ministro Tremonti: un taglio della spesa sanitaria di oltre 10.000 miliardi nel 2003 e del 21% nel 2004.
Eppure la spesa sanitaria nel nostro Paese è una delle più basse tra i Paesi occidentali. A questo bisogna aggiungere gli effetti derivanti dalla eventuale approvazione della legge sulla Devolution che sopprimendo l’intervento solidaristico dello Stato accentuerà le differenze tra regioni ricche e regioni povere e con esse le disuguaglianze dei cittadini di fronte alla malattia.
Tutto questo rischia di avere effetti disastrosi sulla organizzazione sanitaria della nostra regione.
Oggi la sanità sarda è dolorosamente segnata da tre questioni che rischiano di trasformarsi in vere e proprie emergenze. La prima questione è legata al deficit della spesa sanitaria. Un disavanzo che, come ha certificato la Corte dei Conti prima e recentemente la Conferenza Stato-Regioni, rischia di diventare una voragine, mettendo a rischio i già precari livelli di assistenza.
Un disavanzo di 156 milioni di euro che ha costretto il Governo di centro destra a bocciare sonoramente la Regione sarda escludendola dalla integrazione dei finanziamenti relativi al 2001.
Un deficit che non è la conseguenza di un destino cinico e baro, ma il frutto di una gestione particolarmente attenta agli interessi forti della sanità sarda, sia pubblica che privata. Il frutto di scelte discrezionali tese alla ricerca di un facile consenso; di una organizzazione sanitaria cresciuta in tutti questi anni in assenza di regole.
Proprio la mancanza di regole costituisce la seconda questione: il mancato adeguamento della legislazione regionale al Decreto legislativo 229 (legge di riforma Bindi); un Piano sanitario regionale scaduto da oltre 17 anni; un Piano di razionalizzazione della rete ospedaliera approvato in Commissione ma mai portato alla attenzione dell’Assemblea regionale; la mancata istituzione dei Distretti sanitari, sede dell’integrazione tra servizi sanitari e sociali; la mancata stipula del Protocollo d’intesa Regione-Università, con tutte le conseguenze sul piano dell’assistenza sanitaria, della formazione degli studenti di Medicina, della ricerca scientifica e sulla eventuale costituzione delle Aziende Ospedaliero-Universitarie di Cagliari e di Sassari.
La terza questione è rappresentata dal potere monocratico dei Direttori generali delle Aziende sanitarie.
Un potere assoluto, non mitigato da un sistema di pesi e contrappesi proprio di tutti i sistemi democratici. Un potere monocratico, però fortemente condizionato da una nomina che viene fatta, sulla base di un rapporto fiduciario, dall’Assessore alla sanità, che nel contempo ne valuta gli atti amministrativi, l’operato, l’eventuale aumento dell’indennità e la stessa riconferma, realizzando così una sorta di cortocircuito democratico.
Un potere assoluto, quello del Direttore generale, che risponde esclusivamente all’Assessore alla Sanità. Tutto questo rende quanto mai urgente l’introduzione di idonei correttivi finalizzati a bilanciare lo strapotere del Direttore generale e il potere di condizionamento esercitato dall’Assessore alla sanità. È del tutto evidente che la sanità sarda sia arrivata ad uno snodo cruciale, nodi importanti stanno oramai venendo al pettine e a nessuno sarà più consentito di continuare con la pratica dello struzzo.
Ma ciò che sconcerta è il tentativo dell’Assessore alla sanità di negare persino l’esistenza di una emergenza sanità in Sardegna, a dimostrazione di una sostanziale inadeguatezza e di una sconcertante insensibilità verso tutti quei problemi che i cittadini sardi vivono sulla loro pelle quotidianamente: liste d’attesa insopportabilmente lunghe; il ritorno ai viaggi della speranza; i tanti anziani non autosufficienti privi di una adeguata assistenza domiciliare; la mancanza di servizi territoriali a favore dei tossicodipendenti, dei malati di mente, dei portatori di handicap, dei pazienti affetti da patologie tumorali.