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Il recupero dell'anonimo ambientale
 
Il recupero del Centro storico nuorese procede, forse non nel migliore dei modi, ma in qualche modo procede.
Procede perché affidato all’iniziativa privata, non alla “mano pubblica”. La pubblica amministrazione dovrebbe intervenire per il restauro delle case che già furono natali (e/o di abitazione) di Francesco Ciusa, di Gianpietro Chironi, di Sebastiano Satta; nonché per il recupero totale del “vecchio Convento”, il restauro del “vecchio tribunale”, il riacquisto di funzionalità del “vecchio ospedale”.
Ma non interviene. E, visti i precedenti (per essere chiari, quelli rivelatori di una sempre in agguato tendenza alle demolizioni, attuate anche passivamente, con la tattica del lasciar crollare, come nel caso del “mulino” Guiso Gallisai), è meglio che non intervenga. E’ bensì in atto il restauro del cine-teatro Eliseo e della chiesa delle Grazie; ma la lentezza con cui procedono i lavori lascia presagire che, quando questi saranno ultimati, gli iniziali interventi già reclameranno una nuova, ulteriore opera di restauro (proprio come sta avvenendo nella ricordata chiesa).
Il Centro storico, si diceva. Ma a Nuoro qual è, e quale ne è l’effettiva consistenza?
Credo dare una sola, appagante risposta. È l’anonimo ambientale, frutto di architettura per lo più spontanea, ancora esistente e visibile nei rioni San Pietro e S. Maria – Corso Garibaldi.
Quell’anonimo ambientale, cioè, che è la memoria storica di noi nuoresi, lo scenario che ha fatto contorno allo sviluppo della nostra etnia, le quinte che hanno fatto da sfondo all’opera poetico-letteraria di Grazia Deledda e di Salvatore Satta, nonché all’opera figurativa di Francesco Ciusa, di Francesco Congiu Pes, di Giovanni Ciusa Romagna. È, allora, un quid valoristicamente rilevante che, perciò, deve essere recuperato e salvaguardato.
Sono trascorsi quasi trent’anni da quando M.F. Farnè Gallisay scrisse su Frontiera che essendo la nostra memoria storica affidata non già alla testimonianza di fantomatiche ville palladiane, bensì all’anonimo ambientale, proprio al recupero di quest’ultimo si sarebbe dovuta rivolgere l’attenzione, tesa alla conservazione della nostra identità, purtroppo in disgregazione.
Quell’immagine esortativa m’è rimasta impressa, e la rispolvero ad ogni propizia occasione. M’è servita, quantomeno, quale incentivo all’approfondimento delle tematiche inerenti al recupero dei centri storici; e, in quest’ambito, a enucleare due fondamentali problemi meritevoli appunto di approfondimento: quello dell’individuazione dell’identità storica e quello della finalità del recupero.
Il primo problema l’ho già in parte enunciato: l’identità storica di noi nuoresi si concentra soprattutto (seguendo la tripartizione sattiana) nelle antiche case “rustiche” di San Pietro (chiaro esempio di architettura spontanea), nei meno antichi palazzi “di pretesa” (per dirla con Satta) del rione centrale Santa Maria – Corso Garibaldi, nelle bicocche di Seuna. Queste ultime, peraltro, sono ormai scomparse (la “corte de sos sette fochiles” è in via di demolizione); ma le altre restano, per quanto manomesse. E nella parte in cui non sono manomesse, andrebbero conservativamente valorizzate.
Guardiamo San Pietro. Vi sono in questo rione grandi case del Settecento, e nessuno sembra essersene accorto. Ad esempio, le due case contigue, alla fine di Via Chironi (le case Mavuli e Fois) risalgono certamente al Settecento, come anche testimoniato dagli archi in conci granitici. Non sono, certo, due esemplari di palazzi “artifici”; ma sono un documento storico che andrebbe conservativamente restaurato.
A Nuoro non sono molte le costruzioni risalenti al Settecento; sicché quelle ancora esistenti, previa accurata loro catalogazione, andrebbero conservate.
Forse, nella nostra Città, si è perso il senso d’importanza dell’identità storico-culturale; anche perché l’autentica etnia nuorese, quella orgogliosa delle origini, va man mano scomparendo.
Se non si conosce la storia di una città, di un qualunque agglomerato urbano, è difficile capire l’importanza del singolo recupero o restauro. Credo che, comunque, andrebbe compilato un catalogo, con l’elencazione di tutti gli edifici (oggi anonimi) dei quali può essere ricostruita l’origine o, comunque, un frammento di storia. Ad esempio, sulla falsa riga (dato il divario di proporzioni, anche da un punto di vista dell’importanza storico-artistica) di quello che Tatiana Kirova ha fatto per il rione Castello di Cagliari.
Nella storia di Nuoro non vi sono “avvenimenti storici” da narrare; ma vi sono persone che la letteratura ha trasformato in “personaggi”. Ed è proprio l’intrecciarsi di cronaca e di letteratura che potrebbe risvegliare quel diffuso interesse al recupero architettonico che è anche un facondo incentivo all’approfondimento di tematiche strettamente inerenti all’esaltazione di una cultura subalterna che aspetta solo di essere valorizzata. Si pensi, ad esempio, alla folla di personaggi che popola il sattiano romanzo Il giorno del giudizio.
Di molti di loro, previa restituzione del nome autentico (com’è nell’originale manoscritto sattiano), ben può essere ricostruita la “vicenda umana” (come, del resto, ha meritoriamente fatto in parte Gianni Pititu, col suo Nuoro nella Belle Epoque), corredata quindi dal riferimento topografico dell’individuazione della casa natale e/o di abitazione di ciascun personaggio.
Di personaggi come Pedduzza, Gonaria, Don Gabriele Mannu, Don Pasqualino, Bertolino, le relative case sono ancor oggi esistenti (qualcuna andrebbe però restaurata), sicché l’individuazione di esse, resa visibile con apposite targhe (così come intelligentemente hanno fatto gli attuali gestori del Bar Majore, già Caffè Tettamanzi), perché il parco letterario nuorese non resti privo di agganci tangibili.
Ma perché il restauro (dell’anonimo ambientale, s’intende) possa avere significato compiuto, occorre che gli immobili restaurati non rimangano immersi in un circostante mare di degradate rovine; ed è proprio da questa considerazione che prende spunto il discorso sul come e sul perché del restauro di ciò che, appunto, si è denominato “anonimo ambientale”; discorso che, ovviamente, va ampliato per ricomprendervi ogni possibile osservazione sulla opportunità dello stesso recupero. Il quale ultimo, ovviamente, se si parla di Nuoro, deve, per quanto si è accennato, restare affidato ai privati.
Ma si sa che a tale scopo occorre attuare un’adeguata incentivazione, concretabile anche col sistema degli sgravi fiscali, magari sollecitando l’emanazione di un’apposita legge statale, appunto “per il recupero del centro storico di Nuoro”.
Ho fatto all’inizio l’esempio delle due case settecentesche della Via Chironi; e non a caso, perché il parco letterario si apre, idealmente, proprio in quel punto. Per quanto ne so, esse appartengono attualmente al Comune. Il quale, evidentemente non interessato a quello specifico recupero, potrebbe bellamente metterle in vendita con la clausola dell’attuazione di un adeguato restauro. L’ingresso alla città, in un punto attualmente degradato, reclama proprio un intervento di tale tipo.
Ma qual è il significato culturale del recupero di quell’architettura anonima?
Aprirei un discorso di tale tipo osservando intanto che l’anonimato cessa di essere tale quando sopravviene un’adeguata, valida denominazione. Mi soffermerei un attimo ad osservare che le anonime figure di nuoresi, le quali hanno ispirato l’opera sattiana, sono prepotentemente uscite dall’anonimato quando sono diventate personaggi di un racconto che, per fama, ha varcato ogni confine. Dall’anonimato, però, essi sono usciti non già quali protagonisti di una qualunque storia, ma perché il relativo racconto attinge ai vertici dell’arte.
Si può, allora, da ciò trarre una logica conclusione.
Se il restauro ricostruttivo sarà condotto secondo criteri architettonici conformi a validi canoni estetici, quell’anonimato lapideo assumerà una individuante fisionomia che, favorendo una memorizzazione selettiva, entrerà a pieno titolo nelle classificazioni culturali. La cultura, infatti, è nient’altro che una selettiva memorizzazione di valori; sicché la “cultura artistica”, che è una species del più vasto genus “cultura”, sarà nel contempo causa ed effetto di quel recupero ambientale. Sarà un fatto culturalmente rilevante, quindi, creare un’ambientazione architettonica urbanistica che esalti il recupero dei singoli edifici. Mi sentirei, allora, di esaltare, a questo punto la selciatura in atto delle strade costituenti il percorso letterario-culturale: oggi, un perfetto, fedele rifacimento delle antiche selciature non avrebbe più senso.
Con l’antico impredau le automobili non sono compatibili (ne è un esempio l’inutile tentativo di selciatura della via adiacente la chiesa di Santa Croce), sicché è indispensabile la doppia “guida” lastricata.
Se questa, poi, si iscrive in un disegno caratterizzato da intrinseca piacevolezza estetica, tanto di guadagnato. Occorre, a questo punto, dare atto agli amministratori comunali di una positiva fattività, almeno per quanto attiene a questo settore del recupero urbanistico. Ma, d’altra parte, lo stesso Comune, restaurando la casa di piazza San Carlo (quella con i “contrafforti”), ha mostrato di saperci fare, quando vuole.
Non è peraltro inutile ripetere e ribadire – anche se la precisazione sembra rientrare nell’ambito dell’ovvietà – che l’elaborazione artistica in discorso deve attenere, in massima parte, proprio all’impianto architettonico circostante e, solo in minima parte (cioè per le rifiniture di dettaglio), all’edificio anonimo da restaurare. Il quale, per quanto anonimo, va salvaguardato nella propria individuante fisionomia. Ulteriore chiarimento, esplicativo di quanto or ora è detto, è che deve trattarsi di edificio inizialmente “anonimo”, perché se si trattasse di un edificio storico o, comunque, già artisticamente valido di per sé, l’intervento di restauro dovrebbe essere puramente conservativo, cioè esclusivamente tecnico, senza alcuno spazio di esplicazione della creatività artistica del restauratore. Ma gli edifici dei quali in questa sede mi occupo sono proprio quelli attualmente “anonimi”, ossia quelli che caratterizzano l’anonimo ambientale, i quali, a seguito del restauro che qui ipotizzo, dovrebbero addirittura, alla fine, perdere l’anonimato.
Tengo infine a chiarire che quella dell’iscrizione tematica nel capitolo dell’arte, allorché avviene il riscontrabile riversamento del gusto estetico nella progettualità ricostruttiva dei centri storici, non è una mia pensata dell’ultima ora, finalizzata magari a dare credito a un’improvvisazione legittimatrice dell’incursione in vanagloriose interdisciplinarità. È, invece, una stratificata idea che già nel 1998 ho voluto esprimere nel mio Filosofia estetica e critica dell’arte e che qui intendo con forza ribadire.
Chiedendo scusa al lettore per l’autocitazione, mi preme però ribadire che quest’ultima è finalizzata unicamente a esprimere la saldezza di un mio fermo convincimento, posto che l’esposizione di certe tematiche (quale quella qui enunciata, relativa appunto alla potenzialità artistica della creazione di magiche atmosfere emananti dalle antiche pietre) diventa legittima solo se sorretta da un’intima, stratificata convinzione. Il posticcio non convincerebbe nessuno e, perciò, non sarebbe neppure proponibile e, meno ancora, sarebbe accettato.
Il discorso si sposta allora sulla cultura, intesa nel suo vero significato di selettiva memorizzazione dei valori. Sicché il riaggancio ad essa della precedente enunciazione avviene in automatico, perché l’arte è un valore, uno dei valori sommi dello spirito.
Siamo così giunti al corollario.
L’anonimo ambientale, se debitamente recuperato nella piena osservanza dei canoni storico-estetici, esce appunto dall’anonimato ed entra a pieno titolo nel capitolo della migliore cultura. In altra occasione, e con palese intento elogiativo, ho definito “microcosmica” la collettiva dimensione culturale di Nuoro, almeno quella che ha immediatamente preceduto l’attualità.
Sicché l’ipotetico programma sarebbe, appunto, quello di convogliare la stessa attualità verso una direzione che l’aiuti a uscire dal silenzioso anonimato. Cosa, questa, che a me pare possibile solo se si creano le condizioni di saldatura tra le esplicazioni artistico-letterarie dei più dotati e la tangibilità della salvifica consapevolezza di quella identità collettiva che, purtroppo, è andata perdendosi. Il restauro dell’anonimo ambientale, allora, può essere visto proprio come punto fermo di quella tangibilità.
NUMERO /2
Anno 2003, n. 2
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