Non sono io a dirlo. Risulta da tutti gli studi di comparazione fatti negli ultimi venti anni, oltre che da numerosissime testimonianze di pazienti, italiani e non, che hanno trovato il paradiso nel nostro sistema sanitario dopo essere stati costretti a odissee indicibili in altri pianeti.
D’altronde, se abbiamo la vita media più elevata del pianeta, un poco di merito lo dovremmo pure attribuire alla preparazione dei nostri medici, alla diffusione delle cure e dei presidi sanitari. Non può essere solo il frutto della buona stella della quale si dice che gli italiani godono dalla nascita. Quella stessa stella non ci aiutava più di tanto fino a qualche decennio fa, quando avevamo parecchi record negativi sulla mortalità infantile e sulla igiene pubblica, che poi abbiamo trasformati in record positivi.
Mi pare di ricordare, dalle mie sparse letture sull’argomento, che il bagaglio genetico è piuttosto riottoso alle trasformazioni rapide, per cui non dovrebbe essere sostanzialmente cambiato negli ultimi tempi. Ciò che è cambiato è il sistema sanitario che ha fatto progressi impensabili, quasi insperabili, assieme, ovviamente, al miglioramento delle condizioni igieniche, della alimentazione, del vestiario, del riscaldamento, di tutta la qualità della vita. Ogni tanto ci piace negare la realtà dei miglioramenti, nella polemica di un momento o per un vezzo tutto nostro o per le sollecitazioni interessate della libera stampa, ma sono inconfutabili.
È strano, semmai, che gli italiani, e non solo i cittadini utenti, ma spesso anche gli operatori del settore, siano convinti di avere un sistema sanitario tra i peggiori del mondo. Lo stesso capita per le pensioni e per l’intero sistema di protezione sociale in generale. Anche per quanto riguarda la copertura pensionistica abbiamo il miglior sistema di Europa, e, di conseguenza, del mondo, ma non facciamo che parlarne malissimo, aiutando, consapevolmente o meno, quanti, e non sono pochi, vorrebbero smantellarlo.
Ricordo discussioni interminabili col mio medico di famiglia, a Lanusei, che era e è un caro amico, oltre che un medico coscienzioso e preparato, ma un politico a dir poco disastroso. Tra le tante cose, era un sostenitore della medicina non ufficiale, tipo Di Bella, per intenderci, e la cosa mi spingeva a dirgli che io l’avrei radiato dall’ordine, perché violava ogni norma deontologica, negando la validità delle strutture pubbliche e seminando sfiducia. Lui non faceva che vedere tutto il male possibile nella nostra struttura sanitaria, minata, a suo dire, dagli interessi economici dei baroni della medicina, ed era, al contrario, ammiratore entusiasta degli ospedali americani, cosa che per me era sintomo di pura follia. A mio modo di vedere, un sistema non si valuta tanto per le punte quanto per l’altitudine media. Mi sembra molto più importante l’estensione di una buona copertura sanitaria (ma, ovviamente, mi riferisco allo stesso modo a ogni aspetto della protezione sociale) di isolati e privilegiati records di eccellenza, che, comunque, un sistema pubblico non impedisce.
La questione è tutta nei costi. Negli Stati Uniti d’America, curare solo i ricchi che pagano consente retribuzioni altissime per i professionisti del settore, prestazioni elevate per i pochi pazienti che possono permetterselo e guadagni elevatissimi per le cliniche interessate che possono aggiornare le attrezzature e attirare il personale più preparato di tutto il mondo. Ma non è un sistema sanitario, come noi europei, e noi italiani in particolare, siamo abituati a concepirlo: è un’industria. Nessuna industria ha la pretesa di coinvolgere nella sua azione l’intera collettività. Cura una sua fetta di mercato e fa in modo di ricavarne i guadagni più elevati.
L’esatto contrario di ciò che la nostra costituzione indica come scopo e fine del sistema sanitario nazionale: curare la salute di tutta la collettività. Nel sistema pubblico, non si pone il problema del guadagno, ma dei costi, i quali devono essere coperti dai contributi dei cittadini secondo il principio costituzionale della progressività sulla base del reddito posseduto.
Tra i due mondi non è possibile un paragone in termini economici. L’unico metro di comparazione è culturale e morale. Per quanto ne so, non abbiamo neanche scelte da fare, essendo la nostra scelta scritta chiara nella costituzione: la tutela della salute dei cittadini è compito dello Stato. Salvo, ovviamente, cancellare la costituzione e sostituirla con un articolo unico che dica, più o meno: ognuno si arrangi come può e come vuole. Questo pare essere il modo in cui molti dei nostri governanti concepiscono la libertà.
Il nostro presidente del consiglio dei ministri, o premier, come preferisce farsi chiamare con una formula che non è nella nostra costituzione ma che è evidentemente ben chiara nella costituzione che si propone di scrivere, ha dichiarato che la nostra costituzione ha molti peccati di comunismo e che vanno espunti quanto prima. Quali siano questi peccati si capisce dal programma di governo e dalle leggi che questo governo vara giorno dopo giorno. Sono proprio i compiti che la costituzione assegna allo Stato: la salute, la previdenza e l’assistenza, l’istruzione, la sicurezza. Secondo il nostro esimio Berlusconi, che ha il dono quando gli scappa, della chiarezza, tutte queste faccende appartengono al dominio del privato e al privato devono tornare.
A me non pare tanto preoccupante che una simile mente produca simili idee, quanto che moltissimi, insospettabili, le condividano, più o meno dichiaratamente, e che si abbia l’impressione che tutto l’impianto costituzionale sia abbandonato, senza discussioni e senza ripensamenti, con leggine finanziarie e con riforme che cozzano contro ogni principio costituzionale, senza che nessuno in parlamento si alzi a denunciarlo, se non in termini di polemica politica, che prescindono dalla sostanza e si basano solo sulla logica della appartenenza. Possibile che tutto il parlamento sia convinto che lo Stato debba avere come unico compito quello di raccogliere le tasse dei cittadini per finanziare le grandi imprese, le quali determineranno nel loro sviluppo il cammino della società? Se non si guarda agli Stati Uniti d’America, non si capisce in quale direzione vogliono andare i nostri campioni. Guardando gli Stati Uniti d’America, tutto invece diventa chiarissimo:
a) il compito dello Stato è la tutela delle imprese, di qualsiasi natura siano e di qualsiasi materia si occupino
b) le imprese non devono essere gravate da tasse, perché possano produrre redditi sempre più elevati
c) a pagare devono essere solo i cittadini in quanto persone
d) i cittadini sono liberi, se possono e se vogliono, di istruirsi, curarsi, informarsi, difendersi, prepararsi per la vecchiaia.
Questa, in spiccioli, la filosofia americana che tanto piace ai nostri governanti e che pare affascini anche la cosiddetta opposizione. Gli americani la affermano con convinzione, la teorizzano e la applicano con fermezza e sono pronti a difenderla con ogni mezzo dagli assalti del mondo povero.
Rivedere, per credere, la minaccia di embargo al Sud Africa che produceva e distribuiva farmaci contro l’AIDS, ma ripensare anche il divieto di vendita all’Iraq di medicine essenziali (la precisazione mi sembra anche non necessaria, visto che tutte le medicine, se sono medicine, sono o dovrebbero essere essenziali per la cura di qualche malattia), così come ripensare la lotta furibonda scatenata contro l’Unione Europea per l’ostilità di questa all’importazione di Organismi geneticamente modificati, la cui produzione è per gli Stati Uniti strategica.
Io trovo mostruosa l’idea che la Sanità possa essere vista e usata come arma strategica, forse perché sono affetto da una forma grave di comunismo cronico che mi porta a pensare che tutta l’umanità deve essere curata e che chi è più ricco deve pagare per chi è più povero.
Spero che la maggioranza degli italiani non guariscano mai dalla mia malattia e che continuiamo ad avere il miglior sistema sanitario del mondo.