Il problema è che saremo in 7 miliardi, nel 2010; e il 60% di noi vivrà nelle città.
Città che da sempre hanno rappresentato il crocevia e il punto d'incontro delle culture più diverse e mai come oggi costituiscono il centro da cui si diramano le forze di sviluppo che stanno guidando il pianeta, nel bene e nel male.
Un quadro non esaltante e variegato che va dalle favelas del sud America alle baracche delle città africane, dalle grandi metropoli asiatiche con i palazzi avveniristici e i condomini super lusso, ai mostri di cemento delle periferie nostrane compromessi da emarginazione e degradazione.
Secondo il rapporto di "Habitat II", l'Agenzia dell'O.N.U. che dal 1996 tiene sotto controllo la popolazione e la qualità della vita e che si propone di promuovere un'urbanizzazione controllata, già oggi la metà delle persone dei cinque continenti abitano nelle aree urbane e di questi un miliardo vive in condizioni decisamente inadeguate. In Africa solo un terzo delle case ha l'acqua corrente, mentre nell'Asia e nella zona del Pacifico l'allacciamento all'apparato fognario è presente solo nel 38% delle abitazioni.
Le metropoli della vincente civiltà occidentale, dal canto loro, affrontano il continuo ingrandirsi delle città che inglobano i paesi limitrofi trasformandoli in enormi alveari dormitorio con l'illusione del simil giardinetto in erba plastificata. Nessuno costruisce più i famigerati casermoni di cemento degli anni '70, ma gli agglomerati di mini villette rosa pallido con verandina e barbecue non sono meno agghiaccianti.
Le periferie delle grandi città, con i loro addensamenti anonimi e la loro Urbanistica geometrica e ripetitiva, avvolgono con un tessuto denso e compatto i centri storici delle grandi città.
Centri storici a loro volta svuotati dal costo proibitivo delle case e degli affitti, dalla scarsità di parcheggi e dall'assenza di servizi.
Vivremo così, forse, trasformati in pendolari in eterno viaggio tra centro cittadino-quartiere dormitorio-centro cittadino, con sosta in una delle innumerevoli città mercato.
O forse prenderanno corpo gli incubi più agghiaccianti degli scrittori di fantascienza che per primi hanno cercato di gettare uno sguardo oltre il tempo e le statistiche delle Nazioni Unite.
Metafora delle conquiste del progresso, la città fantascientifica incarna la paura di non riuscire a raggiungere un rapporto equilibrato con il territorio: essa tende a espandersi di continuo (come "La città di concentramento" di James Ballard, che si estende all'infinito in tutte le direzioni e dalla quale è impossibile uscire), oppure si isola in uno spazio limitato e circoscritto, completamente distaccato e ignaro del mondo che lo circonda (come la metropoli sotterranea nell'allucinante inferno post atomico descritto da Philip Dick in "La penultima verità").
Le città del futuro partorite dalla fantasia degli scrittori di fantascienza sono tecnologiche e industriali, emblema di un formidabile progresso tecnico e scientifico. Ma anche metropoli immense e degradate, grandiose e disumane , logorate da un lento incancrenirsi materiale e morale della società.
Torri sfavillanti e meraviglie tecnologiche, città automatiche nate per servire l'uomo, utopiche e orrifiche allo stesso tempo: rappresentazione dell'apparentemente insanabile dissidio tra progresso e natura, monumento alla sconfitta dello sviluppo sostenibile.
Una città che, nel corso dei secoli, si è estesa livellando montagne e prosciugando gli oceani del pianeta, fino a ricoprirlo totalmente: così Isaac Asimov vede la capitale dell'Impero galattico descritto nella sua "Fondazione".
Sarà così? La Terra diventerà un'enorme distesa meccanizzata i cui confini si dilatano insieme alla produzione industriale?