Per qualche giorno non penso più a quest'incontro, preso dalle mille cose che affollano la quotidianità. Poi, il primo maggio, la sera tardi, mi siedo a guardare la televisione e vedo un bel film francese, "Risorse umane". È la storia di un giovane che viene mandato dalla sua università a fare uno stage presso la stessa fabbrica in cui il padre lavora come operaio e dove lui potrebbe avere un futuro da dirigente. Le idee riformiste e liberali che il ragazzo ha maturato durante gli studi a Parigi devono improvvisamente scontrarsi con la realtà della vita di fabbrica e con la vita che gli altri operai conducono nella piccola cittadina di provincia. C'è una scena particolarmente drammatica: quella in cui proprio al figlio tocca l'onere di annunciare al padre il suo prossimo licenziamento. Il padre rimane senza parole, il figlio decide di ribellarsi e passa dall'altra parte della barricata, convincendo gli operai a fermare le macchine e a occupare la fabbrica. Il film è del '99 ma continua a essere assai attuale, ora che fervono i dibattiti sulla possibile riforma dell'Articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Soprattutto mette in chiaro la necessità di risvegliare una coscienza di classe che dorme ormai da troppo tempo. Quando, all'inizio, il padrone della fabbrica spiega al ragazzo che gli interessi dell'azienda corrispondono a quelli degli operai e viceversa lui non fa fatica a credervi e si industria affinché tra dirigenti e lavoratori non vi siano attriti. Salvo poi rendersi conto che gli unici interessi di un'azienda sono quelli di maturare profitto e se questo deve accadere per mezzo di "necessari" licenziamenti, tanto peggio. È ovvio che le sorti degli impiegati di una data azienda dipendano dalla fortuna dell'azienda stessa, ma da qui a credere che le due parti condividano i medesimi interessi ne passa.
Per mezzo di questa frottola si è fatto credere alla gente che argomenti come quello della "flessibilità" andassero a beneficio dei lavoratori e non della dirigenza che in tal modo spazza via decenni di conquiste sindacali in fatto di orari di lavoro e licenziamenti. E dato che a molti fa senso utilizzare termini come proletari e capitalisti, se ne trovino pure degli altri. Ma che siano chiari, che traccino una linea ben definita tra le due parti, che non aggiungano confusione alle menti già confuse dei più giovani, contenti di avere una macchina oggi pur sapendo (ma lo sanno?) che domani non avranno una pensione su cui contare. Fa anche piacere vedere tanta gente in piazza ma poi la si sente parlare e sembra di ascoltare quelli che dicono che è bello andare a messa perché è emozionante essere così in tanti. E poi si finisce a fare girotondi e a cantare Manu Chao. Non basta. Il mondo è diviso, lo è sempre stato e lo sarà sempre di più.
Alla fine di "Risorse umane" il ragazzo decide di tornare a Parigi per tentare una nuova strada e un amico gli dice che fa bene, che il suo posto è lì. È l'ultima scena del film, la macchina da presa si muove lentamente, il volto del protagonista si sovrappone a quello del suo interlocutore e quando gli chiede "E il tuo posto dov'è?" la domanda non è più rivolta a lui ma allo spettatore. A tutti noi.