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Art. 18 e dintorni
 
Credo non occorra introdurre questa riflessione con premesse di alcun tipo, di carattere divulgativo, trattandosi di argomenti ampiamente dibattuti oggi, nei più diffusi organi d'informazione di massa.
Ciò reca il vantaggio di una informazione di base, sui temi in argomento, sufficientemente plasmata su tutti gli strati della popolazione.
Voglio, tuttavia, partire con una constatazione di carattere generale riguardante i risultati delle recenti Elezioni Presidenziali in Francia, sorprendenti per quanto riguarda la performance dello schieramento politico di sinistra, "plurale" ed al governo in quel Paese. Ma, esiste un nesso tra le due questioni così apparentemente distanti come soggetti coinvolti e come contenuto?
Io, sulla scia di più famosi ed autorevoli osservatori, ritengo di Sì: uno dei temi che hanno determinato quel risultato elettorale è, sicuramente, quello del "lavoro". Vi è stata, secondo me, da parte della Sinistra al governo in Francia, una sottovalutazione dell'importanza di questo tema ed, in particolare, l'opinione pubblica francese non ha percepito come prioritario, da parte di queste forze politiche, il porsi concretamente l'obiettivo tendenziale della piena occupazione, come nella stessa natura di qualsiasi forza politica che si vuole definire di "sinistra", nonostante l'adozione della settimana lavorativa di "35 ore".
Al contrario, in Inghilterra, la ricerca della "piena occupazione" ha consentito al governo laburista di confermare la propria guida.
In Italia, quindi, come nel resto d'Europa, per le forze politiche e sociali, avere un progetto ed una strategia sul "lavoro", diventa di fondamentale importanza ai fini del conseguimento dell'egemonia nelle Istituzioni democratiche nazionali e sopranazionali e nelle società. Probabilmente, ciò dipende dall'esigenza primaria che hanno i sistemi economici e sociali di trovare nuovi punti di equilibrio tra gli interessi in campo, che assicurino la continuità dei meccanismi di funzionamento del patto sociale a fondamento degli Stati democratici, a seguito ed in conseguenza dei profondi processi di trasformazione tecnologica, produttiva ed organizzativa in atto. Fenomeni quali la "globalizzazione" dei mercati, la società dell'informatica e delle telecomunicazioni, i flussi migratori che interessano grandi masse e che attraversano il pianeta, non possono non avere dei riflessi sul modo di lavorare, di produrre e di vivere delle persone in tutte le parti del mondo. E non deve meravigliare l'interdipendenza che hanno avvenimenti, distanti in termini di spazio e di tempo, che un tempo nessuno avrebbe potuto mettere in relazione tra di loro. In questo contesto e nel merito, trovano una loro logica spiegazione l'attenzione e la sensibilità dell'opinione pubblica italiana rispetto alle recenti problematiche del lavoro. Si percepiscono e sono vissute, in maniera intuitiva e, quasi, epidermica, quali questioni cruciali e dirimenti, da cui dipendono il futuro e la convivenza civile di intere generazioni. "Una questione di civiltà", viene evocato da più parti. Le riuscitissime mobilitazioni sindacali a riguardo ne sono la riprova e non viene presa in grande considerazione la tesi che trattasi di una questione, quella delle modifiche proposte all'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, di scarsa rilevanza. Prevale, nell'opinione pubblica, la sensazione che, al contrario, la reale posta in gioco sia il mettere in discussione l'attuale equilibrio di poteri nel rapporto di lavoro subordinato, a tutto vantaggio della parte datoriale.
Tralasciando gli aspetti, pur importanti, connessi allo strumento della Legge Delega usato dal Governo ed indicativi di una volontà politica e tattica di adottare scelte al di là dell'opinione su tale delicata materia, da parte delle OO.SS. e delle forze politiche di opposizione presenti e non in Parlamento, i termini del conflitto in atto, in Italia, possono, a mio parere, sinteticamente riassumersi, secondo il seguente schema:
- La sfida della competizione, da cui dipendono le opzioni strategiche di accumulazione e distribuzione del reddito prodotto, tra Stati o Organizzazioni sopranazionali, in una economia aperta di mercato e "globale", ad alta intensità di capitale finanziario e con un progresso tecnologico di tipo intensivo e pervasivo, implica una destrutturazione e ristrutturazione degli attuali meccanismi di funzionamento del mercato del lavoro e delle sue componenti
- Ciò comporta, in Italia ed Europa, la messa in discussione di assetti, equilibri di e tra poteri, interessi consolidatisi nel tempo e frutto di dinamiche economiche, sociali e politiche in via di profonde trasformazioni, tali da prefigurare un quadro di riferimento completamente cambiato
- La competizione tra Europa e Stati Uniti d'America, con i rispettivi modelli economici di accumulazione della ricchezza, sociali e culturali, è la cornice entro cui stanno imponendosi tali trasformazioni
- La risposta europea alla sfida americana, improntata al massimo della utilizzazione flessibile dei fattori produttivi e della mobilità, compreso il "lavoro", tende ad introdurre anch'essa elementi di grande flessibilità nell'impiego del capitale umano, con il tentativo di salvaguardare, più o meno a seconda degli orientamenti politici e degli interessi in campo da difendere, le tutele sociali e di civiltà acquisite, per non comprometterne il consenso
- In Italia, Paese di consolidati principi democratici e di solidi diritti e tutele sociali e del lavoro, nell'ambito di un obbligato e conveniente, sotto il profilo degli interessi generali, processo di integrazione europeo, in questo momento a guida politica "conservatrice", secondo assetti di tipo tradizionale, è in corso un tentativo di "modernizzare" il mercato del lavoro, accentuandone gli elementi di flessibilità, ancorché corposamente già presenti ed introducendo nell'ordinamento sostanziose modificazioni giuridiche in senso "liberista"
- L'indicazione comunitaria, nei nostri confronti, è quella di "assicurare la piena attuazione del pacchetto di riforme del mercato del lavoro in modo da aumentare la flessibilità e promuovere una maggiore adattabilità al posto di lavoro con l'obiettivo di facilitare l'accesso all'occupazione fermo restando un adeguato equilibrio tra flessibilità e sicurezza". A raccomandarlo è la Commissione Ue all'Italia nei Grandi orientamenti di politica economica 2002.
- "La situazione del mercato del lavoro italiano ha continuato a migliorare nel 2001 - sottolinea Bruxelles - con la riduzione del tasso di disoccupazione dal 10,4% al 9,5% e un incremento della partecipazione delle donne alla forza lavoro. L'occupazione è aumentata di quasi il 2,1% raggiungendo il 54,6%". Per l'esecutivo Ue l'aumento dell'occupazione è "da attribuirsi alla moderazione salariale e all'incremento della flessibilità "marginale" con un maggiore uso di nuovi tipi di contratti (tra cui part-time e lavoro temporaneo)".
- Il mercato del lavoro italiano ha però ancora molte debolezze. Tra queste il basso tasso di occupazione soprattutto per le donne e il permanere di ampie disparità regionali che "sono ancora la maggiore fonte di inefficienza". Per la Commissione, "i partner sociali dovrebbero mettersi d'accordo su un sistema di contrattazione dei salari più decentralizzato per consentire una più ampia differenziazione salariale".
- Bruxelles sottolinea, inoltre, che il cuneo fiscale sul costo del lavoro "rimane relativamente elevato" e che il sistema di indennità di disoccupazione è "limitato nell'ampiezza ineguale". Per questo l'Italia dovrebbe "incoraggiare ipartner sociali a individuare un meccanismo di definizione dei salari che tenga conto della produttività e delle condizioni del mercato del lavoro salvaguardando la moderazione salariale". Inoltre, è invitata ad "attuare laprevista riforma del sistema di indennità di disoccupazione in modo da estendere la copertura e l'efficacia della protezione sociale del disoccupato rafforzando gli incentivi al lavoro". Dovrebbe poi "fare passi in avanti per incoraggiare ulteriormente l'aumento della partecipazione della forza lavoro soprattutto tra le donne. Infine, Roma è invitata a "continuare gli sforzi per ridurre l'onere fiscale sul lavoro, in particolare sui bassi redditi".
- Servizi per l'impiego più efficienti, incentivi alla formazione e sviluppo del part-time: sono queste le vie principali per aumentare il tasso di attività nel nostro Paese, al momento maglia nera rispetto agli altri Paesi europei. Gli impegni che il Governo presenterà in Europa sono in gran parte quelli disegnati dal Libro Bianco e inseriti nei provvedimenti all'esame del Parlamento. In particolare, saranno utilizzati, per un più rapido incontro tra domanda e offerta di lavoro, i provvedimenti di riforma del collocamento pubblico e quelli sulla liberalizzazione del collocamento privato.
o Lo schema base per le proposte di intervento riproduce nei suoi quattro capitoli i corrispondenti pilastri della strategia europea:
- Il primo pilastro è quello dell'occupabilità e delle politiche attive dell'impiego. In questo campo il Rapporto Europeo esprime apprezzamento per le misure adottate dal Governo Amato nella Legge Finanziaria per il 2001 in materia di nuova occupazione (credito di imposta) e di sommerso (allineamento), in generale per il rafforzamento della formazione continua e per il prolungamento della vita lavorativa; ci rimprovera l'assenza di misure preventive, in particolare per i giovani e per promuovere l'occupazione femminile, a causa dei grandi ritardi nell'avvio dei Centri per l'impiego, attribuendo una responsabilità primaria alle "difficoltà nella distribuzione di risorse alle amministrazioni locali" e alla "mancata disponibilità dei dati nel Sistema Informativo Lavoro" che ancora non decolla. Una delle cinque Raccomandazioni specifiche invita pertanto a "implementare pienamente la riforma dei Servizi Pubblici all'Impiego in tutto il Paese, a introdurre celermente il SIL e a continuare gli sforzi in atto per migliorare il sistema di rilevazione statistica". L'altra relativa a questo pilastro invita a "rafforzare gli sforzi per l'adozione e l'implementazione di una coerente strategia di formazione continua mentre le parti sociali dovrebbero adoperarsi per offrire maggiori opportunità formative alla forza lavoro".
- Sul piano delle proposte operative, si prospetta come urgente "una riforma organica delle regole del mercato del lavoro" che specificamente consiste in ciò: che per "potenziare e dare efficacia al servizio pubblico", non sembri paradossale, si devono "individuare le attività riconducibili a una residua funzione pubblica". Queste sono elencate in:
o anagrafe e scheda professionale (che non sono nemmeno più la banca dati del SIL ma il dato amministrativo che sostituisce il libretto di lavoro);
o controllo dello stato di disoccupazione involontaria e della sua durata, anche ai fini di controllo nell'erogazione dei sussidi di disoccupazione (che a tutto può assomigliare meno che a una politica attiva e che spiega perché venga ricondotta sotto l'autorità del Prefetto);
o azioni di sistema, a supporto delle autonomie locali. Queste ultime però, le uniche che assomigliano a una politica attiva, delegate a ISFOL e Italia Lavoro e finanziate col Fondo Sociale Europeo.
- Le attività di servizio (si badi bene, non la mediazione domanda offerta su cui si esercita il collocamento privato ma i servizi all'impiego e dunque le politiche attive e preventive), viceversa, "vanno affidate al libero mercato".
- Le proposte in questa direzione consistono:
o nel superamento dell'oggetto esclusivo per le agenzie di lavoro interinale;
o l'abbassamento dei requisiti di capitalizzazione (già oggi 200 milioni contro il miliardo delle agenzie interinali) e l'abbattimento elle distinzioni tra collocamento, selezione, out placement.
- Quanto alla formazione continua, il Governo "invita le parti sociali a una comune riflessione critica sull'efficacia delle attività finanziate dal fondo alimentato con lo 0,30" (quello per il quale sono stati costituiti i Fondi Interprofessionali).
- Il Governo non manca di richiamare i due capitoli classici della riforma incompiuta nella scorsa legislatura, i contratti a causa mista, su cui incombe la procedura di infrazione aperta dalla UE, e gli ammortizzatori sociali. Per i contratti a causa mista, il tenace attaccamento ai Contratti di Formazione Lavoro da mantenere anche per i giovani come contratto di serie B, quanto a formazione, rispetto all'apprendistato. Per gli ammortizzatori sociali riproponendo lo schema di riforma a costo zero, da finanziare attraverso risparmi da altri capitoli della spesa sociale, dunque attraverso la riduzione delle prestazioni previdenziali pubbliche.
- Quanto al secondo pilastro, quello dell'imprenditorialità, la Raccomandazione europea è di insistere nella politica di promozione dell'occupazione e di contrasto dell'economia sommersa "con il coinvolgimento attivo delle parti sociali". Per il primo aspetto, che la Finanziaria 2001 aveva affrontato con il credito di imposta per nuovi assunti a tempo indeterminato, si assume, secondo gli intendimenti Governativi, un taglio problematico: "si devono affrontare questioni complesse, come l'esperibilità di bonus fiscali o contributivi a vantaggio dei lavoratori a basso reddito"; si deve valutare se non possano essere diminuiti gli incentivi finanziari una volta che siano eliminate le rigidità normative; si deve favorire il contratto a tempo indeterminato, ma si tace della novità introdotta, in parallelo rispetto al Libro Bianco, nella proposta di Legge Finanziaria laddove si ripristina per le Regioni del Mezzogiorno uno sgravio per nuovi occupati, alternativo al credito di imposta, facendo cadere la condizione del contratto a tempo indeterminato. Al riguardo si ripropone l'idea Confindustriale di regimi fiscali differenziati, su cui l'Europa si è già pronunciata negativamente, avanzando la tesi che, con la riforma in senso federalista "si può sostenere che le autorità comunitarie sono chiamate a valutare la compatibilità di una singola misura non più per lo Stato federale ma per il singolo Stato federato", potendo le misure stesse differire tra loro. Per la lotta al lavoro sommerso, dopo avere rilevato come limite dei contratti di emersione la loro caratteristica di avere una validità temporale limitata, al termine della quale le imprese continuano a trovare poco conveniente emergere e dopo aver quindi posto l'esigenza di misure a carattere strutturale di sostegno all'economia, si dichiara essere questa la caratteristica della legge sul sommerso contenuta nel pacchetto dei 100 giorni.
- Quanto al terzo pilastro della adattabilità, l'Italia, nel documento europeo, è invitata a "proseguire nell'aumento di flessibilità del mercato del lavoro combinando meglio la stabilità con una maggiore adattabilità per facilitare l'accesso al lavoro". La responsabilità di trovare queste soluzioni spetta al rapporto negoziale tra le parti sociali. La traduzione che il Governo propone di questa Raccomandazione assume come modello di dialogo sociale quello dell'accordo separato sui contratti a termine tra una parte minoritaria degli imprenditori e una parte delle confederazioni sindacali, esclusa la CGIL e, per alcuni capitoli, annuncia direttamente la volontà di intervenire con proprie norme. Di nuovo, anche in questo contesto si affaccia la tesi secondo cui l'Europa inviterebbe l'Italia a una "urgente modernizzazione dell'ordinamento giuridico". Un invito in linea con l'impianto di tutto il pilastro della adattabilità, affidato alla contrattazione in nome di un giusto bilanciamento tra flessibilità e tutele che solo la dinamica sindacale può garantire.
- In particolare, per il part-time si annuncia la necessità di modificare i decreti emanati dal Ministro Salvi in attuazione della direttiva europea (D. Lgs. 61/00 e 100/01). Il Governo annuncia:
o che consentirà ai datori di lavoro di adottare le clausole elastiche non solo per la collocazione temporale del lavoro ma anche per la sua durata purché siano specificate le ragioni di natura tecnica, organizzativa, produttiva che rendono necessaria tale elasticità;
o che l'istituto del ripensamento "debba essere senz'altro superato", nonostante la reversibilità rappresenti una delle indicazioni più chiare della direttiva UE su questa materia.
- Quanto al lavoro interinale, ribadito che occorre superare la norma che prevede l'esclusività dell'oggetto sociale per le agenzie, viene dichiarato l'orientamento a introdurre nella normativa le stesse novità recentemente introdotte per il lavoro a termine, causali generiche e esclusione di una serie di fattispecie dai tetti; inoltre si adombra l'ipotesi di rivedere l'impianto della legge 1369/60 sul divieto di intermediazione introducendo nuove ipotesi come il leasing di manodopera che è, sì, legale negli USA ma sconosciuta in Europa.
- Se sul lavoro a termine la riforma sembra compiuta senza bisogno di ulteriori interventi con il decreto appena pubblicato (il n. 368/01) che ha recepito l'accordo separato, due nuovi istituti vengono proposti per un intervento legislativo:
o il lavoro intermittente, altrimenti detto "a chiamata" o job on call;
o il lavoro a progetto, una forma di regolarizzazione delle collaborazioni coordinate e continuative con una contribuzione più alta e con una maggiore garanzia di legalità. L'obiettivo di mettere ordine in questa materia e di consolidare un quadro di certezze e diritti. Partendo dal presupposto che questa novità, che rivestirebbe un interesse assai scarso per i datori di lavoro come sostitutiva delle collaborazioni, potrebbe viceversa essere per loro assai appetibile in alternativa ai rapporti di lavoro subordinato, per evitare questo genere di abusi si propone di introdurre un sistema di certificazione, attraverso enti bilaterali.
- Infine, il quarto pilastro relativo alle pari opportunità: posto che la Direttiva 2000/78 dell'Unione Europea ammette che possano essere adottate misure specifiche per compensare gli svantaggi relativi a gruppi a rischio di esclusione sociale, derogando in tal modo al principio della parità di trattamento, la si interpreta nel senso che sia possibile adottare misure specifiche.
- Quest'ultimo tema, delle politiche mirate per i gruppi a rischio, è l'occasione per promuovere la proposta di legge sull'immigrazione. Qui lo schema di ragionamento è il seguente: poiché la programmazione dei flussi prevista dalla legge Turco - Napolitano è risultata tardiva e appesantita nelle procedure burocratiche, si è di fatto cancellata ogni programmazione ammettendo la possibilità di emanare successivi decreti in corso di anno, abolendo il vincolo del programma triennale, sulla base delle richieste provenienti dal mondo del lavoro. Tanto il permesso ha la durata del contratto di lavoro a tempo e alla fine scatta l'accompagnamento coatto alla frontiera.
- Ecco, in sintesi, quali sono le parole chiave del "piano": SERVIZI ALL'IMPIEGO. Riordino del collocamento ordinario e liberalizzazione regolata degli operatori privati (anche le agenzie interinali potranno fare intermediazione) per un migliore incontro tra domanda e offerta di lavoro. Finora solo il 4% dei contratti di lavoro passa per il collocamento pubblico.
PARTE IL SIL, IL LAVORO SI CERCA ON LINE. Entro un anno dovrà partire il Sistema informativo lavoro, una banca dati su lavoratori e disoccupati che incrocerà i dati a livello regionale e nazionale. Sarà possibile inviare il proprio curriculum e informarsi sulle offerte di lavoro. Il Sil sarà una 'rete delle retì' costituita da un intranet (rete ministeriale), una extranet (rete che collega gli operatori) ma sarà consultabile in parte via internet (per le domande e le offerte di lavoro).
FORMAZIONE. Sulla base delle nuove norme sul collocamento ai disoccupati dovranno essere fatti colloqui di orientamento e proposti corsi di formazione. Obiettivo del Governo è partire con questi corsi entro l'anno.
PART TIME. Si cercherà di semplificare gli adempimenti per lo sviluppo del lavoro a tempo parziale soprattutto per le donne. Per ora il part time rappresenta in Italia l'8% del lavoro contro il 18% medio in Europa.
TIROCINI. Per migliorare la tendenza all'autoimpiego ed evitare che tante microimprese siano chiuse a causa del mancato passaggio generazionale il Governo sta studiando un sistema di tirocini. In pratica si semplificherebbe il rapporto tra l'artigiano e il tirocinante e la possibilità per quest'ultimo di rilevare l'impresa quanto il lavoratore autonomo va in pensione.
FLESSIBILITÀ IN USCITA. IL Governo ritiene, con le modifiche proposte all'art. 18 dello "Statuto dei lavoratori ed all'Arbitrato", riguardanti ipotesi circoscritte di licenziamento senza giusta causa- per il quale si propone una soluzione risarcitoria in luogo dell'attuale previsto reintegro nel posto di lavoro- relative ai giovani neo assunti nelle regioni meridionali, da parte delle imprese che superano i 15 dipendenti, che si creino condizioni favorevoli per far emergere lavoro nero e per spingere le imprese a crescere oltre la soglia dei 15 dipendenti, attraverso l'assunzione dei giovani nel Sud.
Le OO.SS. più rappresentative sostengono, invece, che le decisioni assunte dal Governo, con la presentazione delle deleghe e con il chiaro avallo della Confindustria, non aiutano lo sviluppo del SUD, delle aree svantaggiate e dell'occupazione, ma introducono chiari elementi di penalizzazione per ampie fasce di lavoratori giovani e pensionati. Le norme contenute nelle leggi delega sono considerate un atto politico unilaterale inaccettabile del Governo, contro le regole più elementari di un normale rapporto negoziale con le parti sociali. Tutto ciò rischierebbe di favorire un modello di società e di stato sociale dove le diversità di trattamento finiscono per allargare l'area delle esclusioni e delle emarginazioni sociali.
Le OO.SS. rivendicano il ripristino della politica della concertazione come obiettivo strategico e la conquista di modifiche essenziali alle deleghe presentate in parlamento.
In particolare,
il riferimento all'Europa sarebbe obbligato. La strategia europea in materia di occupazione è stata definita nell'ambito della revisione dei Trattati che ha accompagnato il percorso di convergenza monetaria segnato dalla nascita dell'Euro, con l'intento di bilanciarlo attraverso una progressiva convergenza anche per ciò che riguarda la dimensione sociale. In questa ottica agli Stati membri si impone di uniformarsi a una serie di prescrizioni e di indirizzi. Il Governo italiano non avrebbe potuto sottrarsi a pena di sanzioni pesanti sotto il profilo sia economico che politico.
Sennonché il Governo, a parere delle OO.SS., con grande disinvoltura, tenta di accreditare l'idea che la destrutturazione del sistema giuridico su cui si reggono i rapporti di lavoro nel nostro Paese rientri in questa strategia, quando è vero il contrario: una spinta eccessiva in senso liberista ci porterebbe lontani dall'assetto di regole che si va consolidando a livello europeo, imperniato su un sistema di contrappesi che permetta di coniugare le esigenze di adattabilità imposte dalle regole della competitività internazionale con quelle di tutela e di stabilità in nome della salvaguardia dei diritti di chi lavora
Più in concreto, secondo le OO.SS., l'Europa denuncia con molta precisione i nostri ritardi e ci invita a cambiare il nostro ordine di priorità nelle politiche, così da colmarli. Il Governo, invece, attribuisce all'Europa l'idea che si debbano introdurre chissà quali misure innovative del nostro sistema di regole, facendo diventare le precise raccomandazioni europee un semplice sovrappiù, di cui non si tiene alcun conto.
Il profilo strategico dell'insieme delle proposte avanzate si riassume essenzialmente nella dichiarata volontà di reinventare l'intero diritto del lavoro italiano attorno alla dimensione individuale del rapporto di lavoro.
Si riscontrerebbe in ciò una macroscopica coincidenza con le proposte avanzate da Confindustria nel convegno di Parma e con la parola d'ordine del "contratto libero" agitata dalla destra in campagna elettorale.
Si tratterebbe di un mutamento radicale di ottica che omologa il rapporto di lavoro ad ogni altro ordinario rapporto commerciale, negandone la specificità motivata dalla disparità di condizioni fra i due contraenti.
Non ci si limita ad enunciare, in vario modo, questo obiettivo; ad esso si ispirerebbe, con buona coerenza, tutta la parte propositiva riferita tanto alle politiche che agli strumenti.
In quella prospettiva si annuncia, da parte governativa, la modifica della legislazione in essere a proposito di part-time, interinale, intermediazione di manodopera rapporto pubblico-privato nella gestione dell'incrocio domanda offerta e inoltre si prefigurano nuovi istituti (contratto di progetto, a chiamata). Viene rilevata, da parte sindacale, una ispirazione comune e univoca: rimodulare il sistema vigente delle tutele abbassando drasticamente o azzerando le clausole poste dal legislatore a tutela della "parte debole".
Due soli esempi vengono richiamati, per rendere ancor più evidente il senso della proposta: la negazione dell'obbligo a verificare la effettiva volontarietà del lavoratore part-time come condizione per attivare le "clausole elastiche" o l'orario supplementare; la cancellazione di ogni vincolo di "quote obbligatorie" nella gestione del collocamento delle figure protette (disabili).
A questa presunta radicale manomissione della legislazione del lavoro si dà il nome di "soft-laws", esaltandone la potenziale funzione promozionale di "buone pratiche", in contrapposizione alla funzione "vincolistica" e "universalistica" del sistema attuale.
L'approdo di questa linea di intervento sarebbe indicato dal Governo nel superamento dello Statuto dei lavoratori per un nuovo "Statuto dei lavori", corredato di alcuni testi unici della legislazione lavoristica composti di norme leggere (i diritti fondamentali costituzionalmente protetti) applicabili "per cerchi concentrici" a tutte le forme di lavoro, non solo dipendente e posti a base di un sistema di tutele che sarà inevitabilmente "a geometria variabile". Funzionale a questo disegno complessivo sarebbe anche l'affermazione secondo cui il Governo valuta necessario che si realizzi, anche in rapporto ai processi di riforma costituzionale intervenuti, una marcata differenziazione del diritto del lavoro su scala regionale. Si afferma infatti che il concetto di potestà legislativa concorrente in tema di "tutele e sicurezza del lavoro" va inteso in senso ampio ed estensivo.
In secondo luogo a ciò non corrisponderebbe affatto, come nell'esperienza storica, una sorta di rapporto a vasi comunicanti fra intervento della legge e intervento della contrattazione collettiva; la centralità data alla dimensione individuale del rapporto di lavoro comporta un sistematico e analogo ridimensionamento tanto dell'una quanto dell'altra.
Alla contrattazione collettiva si assegnerebbe la funzione di stabilire alcune "norme cornice" derogabili a livello territoriale o d'impresa, e comunque in sede di contratto individuale. Così la contrattazione collettiva si trasformerebbe, tutt'al più, in una azione di accompagnamento, di servizio ad un sistema che ha altrove i propri centri regolatori; infatti si individuano per il sindacato alcune specifiche funzioni quali quella di concorrere ad eventuali accordi in deroga rispetto a clausole della contrattazione colletti-va. L'opera si completerebbe con la teorizzazione del "dialogo sociale" come forma di relazione tripartita, contrapposta alla "concertazione".
Al di là dei nominalismi ciò che si prospetta per le OO.SS. sarebbe chiaro: se "concertazione" è una pratica di confronti tesa a verificare il grado di condivisione di alcuni obiettivi di governo delle dinamiche economico-sociali e, conseguentemente, pattuire le azioni per perseguirli, il Governo considera definitivamente conclusa quella esperienza; si limiterà, d'ora in poi, a presentare alle parti sociali le proprie ipotesi, prenderà atto di eventuali consensi e dissensi e comunque procederà ad esercitare le proprie prerogative. Questo sarebbe il "dialogo sociale".
In questo contesto si dichiarerebbe conclusa l'esperienza della "politica dei redditi", poiché il Governo ritiene necessario finalizzare le scelte economiche e finanziarie alla "politica per la competitività".
Su questo ordine di questioni l'intendimento governativo sarebbe chiarissimo ed inequivoco:
- dialogo sociale (inteso come sopra) contro concertazione;
- politica per la competitività contro politica dei redditi.
Due ultimi spunti molto significativi, per completare la lettura critica del Sindacato:
Enunciando l'istituzione del "contratto di progetto" (parziale rivisitazione delle collaborazioni coordinate e continuative) si prevede che esso possa essere "certificato". Vale a dire che le parti contraenti (lavoratore e datore ) al momento dell'accensione di quel rapporto, compaiono presso un soggetto terzo (Ente Bilaterale, Ufficio del Lavoro…) per confermare la reciproca adesione consensuale a quella tipologia contrattuale e alle relative clausole. Ciò inibirà al lavoratore ogni possibilità di contestare successivamente in sede di contenzioso la natura del rapporto intervenuto.
A proposito della giustizia del lavoro e al possibile sviluppo di circuiti extragiudiziali di gestione del contenzioso, il Governo propone alle parti di consentire, specie in caso di contenzioso per licenziamento individuale, alla pratica dell'arbitrato "equitativo" cioè non vincolato al rispetto di Leggi e contratti collettivi.
Due esempi ritenuti particolarmente illuminanti della effettiva volontà di equiparare il diritto del lavoro al diritto commerciale ordinario negando valore e rilevanza alla rappresentanza collettiva. Quanto ciò muterebbe alla radice la stessa ragione d'essere del Sindacato Confederale, trasformandolo, tutt'al più, in agenzia di assistenza e consulenza ai singoli lavoratori, è facilmente intuibile.

Per riassumere, dalla parte delle OO.SS.: MERCATO DEL LAVORO
Secondo le OO.SS., il Governo con la scelta di modifiche all'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, non solo ha scelto di annullare un diritto fondamentale dei lavoratori, ma ha interrotto la possibilità di confronto ed impedito che si raggiungessero soluzioni concordate su altri temi.
Pertanto, rivendicano:
- il ritiro degli articoli che modificano le norme attualmente in vigore sui licenziamenti e quelle sull'arbitrato;
- il finanziamento di un nuovo sistema di ammortizzatori sociali (cassa integrazione e indennità di disoccupazione) così come previsto dal Patto di Natale del 1998 (legge 144/99). Non si possono superare le iniquità attuali a costo zero, come vuole il governo;
- la rapida messa a regime della riforma del collocamento, centrata su standard di qualità elevati per il servizio pubblico un rafforzamento delle tutele e dei diritti per le forme di lavoro atipico e iniziative di contrasto ai processi di precarizzazione;
- riaprire il confronto con Governo e con imprenditori partendo dai temi della stabilità del lavoro e della sua qualità per promuovere nuova occupazione.

MEZZOGIORNO
Le Organizzazioni sindacali, rivendicano nei confronti del Governo nonché delle Regioni e delle Organizzazioni Imprenditoriali una svolta espansiva nella politica di sviluppo, non affidata esclusivamente ai meccanismi spontanei del mercato, ma articolata su adeguati interventi di sostegno sia sulla domanda e quindi sui redditi, in particolare quelli medio bassi, sia sul sistema produttivo e dei servizi, perseguendo politiche di rafforzamento delle qualità della ricerca, dell'innovazione e il completamento della dotazione infrastrutturale. In particolare, sono ritenute urgenti e imprescindibili politiche di riequilibrio dello sviluppo e quindi interventi mirati per il Sud e le aree depresse, contrassegnati da pesantissimi problemi occupazionali, attraverso:
- il ripristino del flusso di stanziamento di risorse per le aree depresse, la programmazione negoziata, le politiche di incentivo, fortemente ridotto con l'ultima legge Finanziaria;
- un progetto di infrastrutture materiali e immateriali (viabilità, alta capacità ferroviaria, portualità, logistica, energia idrica, telecomunicazioni);
- l'utilizzo corretto e tempestivo dei Fondi Comunitari;
- un programma di attrazione al Sud di investimenti dalle aree sature del Nord e dall'estero sostenuto da forti incentivazioni come la possibilità di cumulare il credito d'imposta alla Tremonti bis.

Queste le posizioni del conflitto in atto. Ma in quale contesto di mercato del lavoro esse calano?
Iniziamo a definire alcuni parametri Sardi e, in particolare, Nuoresi con i dati che si riferiscono alla Rilevazione trimestrale delle forze lavoro dell'Istat:

Sardegna
L'offerta di lavoro ad ottobre 2001

Nella rilevazione congiunturale del mese di ottobre l'indagine Istat sulle forze di lavoro ha registrato un calo del tasso di disoccupazione dell'1,5% rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente. Le persone in cerca di occupazione si sono attestate a 122mila, 8mila in meno rispetto all'ottobre 2000. La variazione del tasso di disoccupazione non è stata della stessa intensità per gli uomini e le donne: mentre il tasso di disoccupazione maschile ha registrato una variazione in diminuzione di appena lo 0,1% (a 14,1%), il tasso di disoccupazione femminile ha registrato un calo del 4,8%, portandosi dal 30,3% all'attuale 25,5%. Fra le persone in cerca di disoccupazione particolare attenzione viene data ai giovani in cerca di prima occupazione ed alle persone che prima di trovarsi nello stato di disoccupazione erano precedentemente occupate. Queste due categorie, nella rilevazione di ottobre, hanno registrato variazioni di segno opposto: mentre i giovani in cerca di prima occupazione sono diminuiti di 6mila unità, portandosi a 45mila, si ingrossano le file delle persone che in precedenza erano occupate. Quest'ultima categoria, con un incremento di 4mila unità, si è portata dalle precedenti 51mila unità alle attuali 55mila unità.
Anche il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) fa registrare un vistoso calo di oltre 3 punti percentuali, passando dal 47,7% al 44%. I giovani di età inferiore ai 25 anni in cerca di occupazione sono 34mila e costituiscono il 27,5% del totale delle persone in cerca. Più alta si è attestata la percentuale delle persone in cerca di occupazione di lunga durata sul totale delle persone in cerca: il 61,3%, anche se presenta una tendenza in diminuzione.

La domanda di lavoro ad ottobre 2001

L'indagine Istat del mese di ottobre ha registrato un incremento del numero di occupati del 4% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Ad ottobre 2001 gli occupati erano 545mila unità, 21mila unità in più rispetto a quelli registrati nell'ottobre 2000. All'aumento dell'occupazione si è associato anche l'incremento delle forze di lavoro, passate da 654mila a 667mila. Migliorano di conseguenza gli indicatori del mercato del lavoro: il tasso di occupazione +1,9%, a 38,9% e il tasso di attività con un +1,4% si porta all'attuale 47,6%. Quest'ultimo indicatore calcolato sulla popolazione di 15-64 anni risulta essere pari al 58,2%.
L'aumento dell'occupazione è tutto al femminile, e tale aumento compensa la leggera flessione del numero di occupati di circa mille unità registrata dagli uomini. L'aumento delle occupate di 22mila unità fa balzare il numero totale delle donne lavoratrici a 182mila, pari ad un terzo degli occupati totali.
L'occupazione è cresciuta soltanto fra l'occupazione dipendente (+5,6% pari a 21mila unità), mentre rimane invariato il numero degli occupati indipendenti. I lavoratori dipendenti ad ottobre 2001 risultano essere pari a 396mila unità.
Il numero di occupati viene rilevato dall'Istat anche in rapporto al settore di attività economica esercitato dall'impresa presso la quale il lavoratore esercita la propria professione. Analizzando il numero di occupati per settori di attività economica si può notare la continua crescita, seppur altalenante, del settore delle Altre attività, che comprende, nel dettaglio il settore dei servizi alle imprese, alle famiglie, il commercio, i trasporti, ed altri servizi. Il numero di occupati in questo settore è aumentato di 14mila unità, attestandosi a quota 374mila, +3,9% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Anche il settore dell'industria fa registrare un incremento elevato in termini percentuali, +5%, che però, in termini assoluti, corrisponde a 6mila unità. Sostanzialmente stabile il numero di occupati nel settore dell'agricoltura che fa registrare, ad ottobre 2001, 46mila unità lavorative.

continua...
NUMERO /3
Anno 2002, n. 3
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