Venivo mandata a "zorronada" a lavare i panni per 300 lire. Lavorando tutto il giorno la paghetta era di 500 lire e in questo caso per poter aver un piatto di minestrone a pranzo, ricambiavo (anche se era più che altro un obbligo) riordinando e ripulendo la cucina e poi ricominciavo a lavare. Era molto faticoso perché non disponendo di acqua corrente, si dovevano riempire i secchi di acqua o dal pozzo o dalla fontana più vicina..
Ancora ragazzetta sono entrata come "teracca" in casa di un personaggio di spicco di Nuoro, di cui preferisco non fare il nome "ca magari este birgonza". La paghetta era di 2-3 mila lire al mese senza assicurazione. La signora era molto esigente e severa e lavoravo dalle 7 del mattino sino alle 2 di notte.
La notte mi faceva fare lavoro di rammendo e di cucito (orli al giorno). Ricordo che dopo una giornata di fatiche, cascavo letteralmente dal sonno e mentre cucivo mi pungevo in continuazione le dita. La casa era situata all'ultimo piano di uno stabile a quei tempi quasi di lusso. e pur essendo dotato di tubazioni, l'acqua faceva fatica a salire; quindi dovevo continuamente portare su e giù' per le scale bidoni pieni di acqua che serviva per pulire i pavimenti, fare i piatti e pulire la casa in generale. La domenica era una giornata da incubo perché era giorno di toilette e tutti si facevano il bagno settimanale e Gonaria saliva e scendeva, saliva e scendeva per l'approvvigionamento di acqua.
Spettava a me rifornire il camino della legna necessaria che portavo dalla segheria in casa con SU LAMIONE. La signora, come ho detto prima, era severissima e pignola, la casa doveva essere sempre lucida e perfetta . Appena andava via un ospite, mi obbligava a ripulire il pavimento a ritroso dal portoncino alla sala anche se il pavimento era stato pulito un'ora prima.
I bastoni non si usavano ancora e questo lavoro lo facevo inginocchiata carponi sul pavimento.
Ogni giorno accompagnavo Su Mere al mercato civico a far la spesa, lui sceglieva tutto ciò che serviva in quel giorno, poi andava a lavorare in Tribunale e io tornavo a casa con la spesa.
Un giorno, non ricordo per quale motivo, sono andata al mercato da sola con l'elenco della spesa. Al rientro a casa, mi son vista arrivare sul muso la carne di brodo con osso e polpa insieme perché la signora non l'aveva gradita. Certo che non sono bei ricordi e anche a parlarne mi fanno venire una certa tristezza.
Un brutto giorno mi è venuta una infezione al pollice della mano destra, dovuta forse alla spina di un carciofo Nonostante ciò ho dovuto lavorare in queste condizioni per ben 6 mesi, finche mi hanno accompagnato alla mutua dove hanno fatto storie per curarmi perché non ero assicurata, così sono andata all'ospedale S. Francesco dove ho subito l'amputazione della prima falange del dito pollice. Sino a guarigione completa ho smesso di lavorare in quella casa, debbo dire anche con un certo sollievo. La signora tempo dopo mi richiamò perché non trovava persone di fiducia obbedienti e laboriose come me. Guarita, trovai lavoro presso la famiglia Mannironi. Qui anche se si lavorava tanto, erano tutti gentili, gli orari accettabili e la paga era di 4 mila lire e stavo bene.
"Sas teraccas" abitavano in famiglia lavoravano e vivevano in casa 24 ore su 24 per essere sempre a disposizione. La maggior parte delle ragazze a quel tempo erano "teraccas" perché i posti fissi a disposizione erano ben pochi.
Io ho avuto la fortuna di trovarlo all'età di 21 anni, tempo di maggiore età, quando fatta per caso la domanda, sono stata assunta all'Ospedale Zonchello.
Si sgobbava tanto, ma almeno si conosceva l'orario di entrata e di uscita e la paga era di 29-30 mila lire mensili. Il lavoro era veramente pesante perché i reparti traboccavano di malati; non c'era pausa era un continuo fare, ma tutto era in ordine, pulito, organizzato e funzionante.
Appena, la pensione baby mi ha permesso di ritirarmi dal lavoro, senza rimpianto alcuno sono andata via. Ho iniziato a godermi la mia casa e la mia famiglia dopo 30 anni di contributi più 15 anni di lavoro nero che oggi avrebbero chiamato sfruttamento minorile, ma che ahimè al tempo era normale e necessario.
Tzia Tonia raccontat...
"Sa vida de prima fit diversa...". Mio padre era un grande contadino e la terra era il sostentamento di tutta la famiglia. Tutto quello che produceva serviva per nutrirci, si barattava e si vendeva.
Il lavoro era tanto e pesante e tutta la famiglia, eravamo 10 figli, lavorava duramente; spesso mio padre doveva assumere manivales a zorronada.
All'età di 6-8 anni io e le mie sorelle frequentavamo la scuola. La sveglia era alle 6.30 perché andavamo alla vecchia stazione che prima era in p.zza Italia, per buttare i secchi pieni di immondizia in "Su muntonarju" de SU PINU. Rientrate a casa, mia madre ci faceva lavare, pettinare, ci dava la colazione a base di latte e ci mandava a scuola. A pranzo consumavamo un pasto frugale e poi via alla fontana di UBISTI con "SU LAMIONE A DUAS ASA" pieno di panni sporchi da lavare. Era una grande fatica, così piccole. Mia madre stendeva la biancheria e noi facevamo i compiti con la speranza di poter giocare un pochino, ma i fratellini più piccoli dovevano essere accuditi da noi più grandicelle. Di pomeriggio, se non avevamo panni da lavare, andavamo a CONTE E SU RE a raccogliere Ficumurisca da dare ai maiali che allevavamo.
Anche mia madre lavorava notte e giorno, gli unici momenti in cui stava seduta, erano quelli in cui insieme alle vicine di casa in SA PRATTA con sa corbula davanti piena di biancheria, rammendava e cuciva perché tutto si recuperava e veniva riutilizzato.
Tutte le sere aiutavamo mia madre a fare la pasta in casa; gli uomini rientravamo dalle campagne la sera e avevano bisogno di un pasto caldo e nutriente. Noi bambine avevamo l'incarico di "cariare" la pasta sino a renderla liscia e ben lavorata. Ricordo che a me non pesava farlo, anzi mi piaceva anche se era faticoso. Ma molto più faticoso era fare il pane. Mia madre ci faceva alzare alle 2 del mattino, SA MANIVALE (una donna che andava per le case ad aiutare a fare il pane) era già a casa e preparava gli impasti che noi dovevamo lavorare con la forza delle braccia. Finivamo in genere due sere dopo: si faceva tanto pane carasau perché oltre a soddisfare al nostro fabbisogno, si vendeva e in parte veniva dato a sa manivale che così si assicurava la provvista di pane e qualcosa veniva regalato alle famiglie che non possedevano SU TRIDICU come noi.
Ricordo che in periodo di guerra, mio padre riforniva di legna il forno Baghino. Quando rientrava dal monte Ortobene con il carro carico, noi bambini aiutavamo a scaricare i tronchi e poi con SU SERRONE li tagliavamo a piccoli pezzi: L'indomani accompagnavo con piacere mio padre al Forno perché sapevo che il signor Baghino mi avrebbe regalato "unu cocone" ed io, abituata a mangiare in genere pane carasau, lo trovavo squisito.
Nel periodo di "sa ficumurisca" mia madre ne riempiva "UNA ZERDA e CARRU" e andava a Fonni e scambiava a "iscambia parisi" "unu lamione de ficumurisca" con "unu lamione de patatas". Portava anche qualche sacco di mandorle che noi raccoglievamo in su cunzau e li barattava con fagioli e formaggio.
Mio padre piantava tanto "LAVORE" (tridicu) e al momento della mietitura avevamo tanto da fare. Una volta mietuto, portavamo su tridicu a S'AMMASSU" che era un magazzino dove ritiravano e riponevano il grano venduto tenendo in casa quello che serviva al nostro nutrimento.
Nei ritagli di tempo noi ragazzine ci occupavamo del nostro corredo, quindi ricamavamo gli orli al giorno, i gigliucci, i festoni, dovevamo essere capaci di fare tutto. Certo non c'era il tempo per poltrire ed oziare. Nonostante il duro e continuo lavoro, dalle prime ore del mattino sino a tarda sera, ricordo quei tempi quasi con rimpianto, non fosse altro perché c'era comunione con le persone, ci si aiutava e ci si conosceva tutti e la vita era una sorta di collaborazione reciproca per la sopravvivenza quotidiana. Queste cose oggi mi mancano…