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Il popolo senza qualità
 
Cominciamo dai dati, da quelli ufficiali dell'Istat-Eurostat, cioè di due fra gli organismi statistici scientificamente più accreditati in campo internazionale: la provincia di Nuoro non è il territorio "più disoccupato" dell'Italia e tantomeno della Sardegna. Nella classifica dei senza lavoro primeggia Cagliari con un terrificante 22,9 per cento. La Barbagia ha un tasso di disoccupazione inferiore di oltre sei punti all'area del capoluogo di regione collocandosi al 15,3 per cento. Nell'Isola sta "meglio" di Nuoro solo Sassari con una percentuale del 14,3 mentre Oristano se ne sta al 17,5 percento.
Le cifre proposte sono quelle dell'ultimo censimento Istat chiuso al 31 dicembre del 2001 e, perciò stesso, le più recenti e le più documentate. Perché allora continuare a crogiolarsi con i numeri degli iscritti alle liste di collocamento che continuano a fornire un'analisi falsata della realtà? Perché una buona fetta di una classe politica superficiale deve proclamare sempre falsità? Se uno studente della seconda ragioneria di Siniscola o di Isili, di Lanusei o di Macomer va a inserire il suo nome in quelle vecchie liste del "collocamento" e della "massima occupazione" lo vogliamo davvero considerare un disoccupato visto che è appena uno studente e non un ragioniere? Possiamo inserirlo nella lista dei disperati che cercano realmente una busta paga e un'occupazione? Misuriamoci allora con rilevazioni documentate, suggellate da un metodo valido in tutti i Paesi maggiormente sviluppati.
Detto questo, è evidente che anche un tasso di disoccupazione del 15,3 per cento è alto, elevatissimo, dannoso per la crescita economica anche se la media regionale si è attestata al rialzo del 18,7 per cento dopo essere stata, negli anni passati, superiore al 23. È bene non dimenticare che nel 1987 lo stesso Istat e la Banca d'Italia avevano parlato di una Sardegna in recessione. Dal tunnel si è usciti. Adesso il Pil -prodotto interno lordo- cresce dell'uno per cento come ci ha ricordato qualche settimana fa il rapporto del Crenos elaborato dalle facoltà di Scienze politiche delle Università di Cagliari e Sassari. E lo stesso Crenos ha previsto un "moderato ottimismo per il 2003 circa il superamento di una fase negativa del ciclo occupazionale" anche se è stata rimarcata la "carenza" di "capacità di sviluppo qualificato delle risorse di lavoro".
Un altro punto di osservazione: il tasso di occupazione. Se in Italia è del 43,8 per cento e in Sardegna del 38,3 (pensiamo che la provincia di Bolzano sfiora il 57,6 per cento, il Trentino il 54, la Lombardia il 50,4), la provincia di Nuoro superava la media regionale acquisendo un 38,7 per cento e piazzandosi subito dopo Sassari (42,1) e superando abbondantemente Oristano (36,8) e Cagliari (36,2). Tra i giovani (età considerata fra i 25 e i 29 anni) il tasso di occupazione nel Nuorese è del 48,7 per cento mentre Cagliari è in coda con un modestissimo 42,1 per cento.
Da che cosa dipendono questi dati e a quali considerazioni ci possono spingere? È evidente che la presenza nel Nuorese di oltre il dieci per cento di occupati in agricoltura (contro la media nazionale del 5,2 e regionale dell'8,5) fa salire in qualche modo il tasso di occupazione per cui non c'è proprio per nulla da suonare marce trionfanti.
Tutt'altro. Il Nuorese, tutto il Nuorese - dal bivio di Serri in Sarcidano a san Teodoro in Baronia-Gallura - continua ad avere tra gli occupati ben il 69 per cento di addetti, cioè di chi lavora, "senza qualifica". Se io non sono qualificato per creare ceramiche artistiche come mai potrò far crescere il mio settore? Se io non sono qualificato a mandare avanti un supermarket come potrò espandermi? Se io non sono qualificato a valorizzare il mare della costa orientale come potrò creare occasioni di lavoro nell'itticoltura? Forse usando una barchetta a remi al largo di Arbatax o di La Caletta? Perché continuiamo a importare sette bistecche di carne su dieci? Siamo davvero qualificati nell'allevamento?
Che fare? Prima di tutto convincerci dei nostri limiti e acquisire maggiore professionalità nelle attività tradizionali: chi ha innovato in agricoltura, in meccanica, nel settore alimentare ha dimostrato con i fatti di poter e saper crescere. Chi è "eccellente" nel turismo va avanti, cresce, fattura ogni anno di più, garantisce lavoro. Gli esempi di Oliena, Arbatax, Orosei, in parte anche Aritzo sono illuminanti. Chi il turismo lo fa senza conoscere l'inglese, senza saper capire i gusti della clientela, senza capire l'importanza di un sorriso, chiude i battenti. Perché sono queste le leggi del mercato. Le stesse che fanno girare i fatturati delle nuove piccole e medie industrie che sono sorte - nella media valle del Tirso, a Macomer, a Siniscola - anche al di sotto delle ciminiere della mancata rinascita sociale. Quelle aziende girano bene perché c'è qualità nel fare.
Ci sono poi le nuove professioni. Nelle quali il Nuorese sta dimostrando una vitalità insolita perché vengono alla ribalta figure professionali nuove che hanno saputo conquistare buone fette di mercato regionale. Internet sta giovando a chi vive e opera sotto il Gennargentu. Potrebbe giovare maggiormente se molti più sforzi fossero indirizzati verso la cultura: che è quella di tutte le scuole esistenti, che è quella delle università pubbliche e private che possono innescare un meccanismo sempre più virtuoso. Tutto ciò si chiama professionalità, l'esatto contrario dell'improvvisazione, dell'approssimazione che caratterizza ancora vasti settori dell'economia della provincia. Professionalità necessaria nei settori produttivi, nelle tante burocrazie pubbliche ancora ingessate e frenanti, in una classe politica e partitica che molto spesso non si sa guardare allo specchio, mettersi in discussione e ritirarsi in buon ordine. La disoccupazione non si debella con più soldi. No.
Nel Nuorese ne sono piovuti non pochi. Spesi bene? No. Forse ci vuole più cultura, anche più qualità nella cultura per spendere bene i soldi e per creare nuovo lavoro.
NUMERO /3
Anno 2002, n. 3
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