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Merce che pensa
 
Hanno sfilato con delle maschere bianche sul viso, il 16 aprile: erano il popolo dei lavoratori atipici, dei cosiddetti "co.co.co" (collaborazioni coordinate e continuative). Maschere bianche e anonime in mezzo ai metalmeccanici, agli insegnanti, agli impiegati: figure incorporee, i fantasmi del mercato del lavoro italiano. Non hanno ferie, maternità, permessi sindacali. Non esistono per lo Statuto dei lavoratori, perché vengono considerati "collaboratori", para-subordinati, imprenditori di se stessi, anche se in realtà svolgono, nella maggioranza dei casi, in tutto e per tutto le funzioni di un lavoratore dipendente. Non esistono neanche per l'I.S.T.A.T, che nell'ultimo questionario per il censimento non ha previsto una voce che li prendesse in considerazione.
Mi hanno colpito. Mi hanno colpito perché so che, con tutta probabilità, il mio futuro all'interno del mondo del lavoro sarà caratterizzato da questo tipo di contratto. Mi hanno colpito perché, se questo avverrà, ho quasi la certezza che mi sentirò comunque riconoscente e fortunata, rispetto ai miei tanti coetanei disoccupati: nonostante la mancanza di tutela, nonostante la precarietà, nonostante tutto.
È da almeno dieci anni che, tra gli altri, Confindustria, OCSE, Fondo monetario internazionale chiedono insistentemente una sola cosa, di accrescere il più possibile la flessibilità del lavoro.
La globalizzazione, le ferree necessità della competizione internazionale, la fine della produzione di massa a favore di una maggiormente differenziata (quello che gli studiosi chiamano post-fordismo), hanno imposto la creazione di una nuova organizzazione del lavoro capace di far variare il costo di quest'ultimo in stretta aderenza con l'andamento del mercato. In poche parole le aziende vorrebbero utilizzare il lavoratore con la stessa facilità e rapidità con cui si acquista un pezzo di ricambio: solo quando serve. Per poter raggiungere questo obbiettivo si devono poter assumere dipendenti solo quando il mercato richiede che si incrementi la produzione e, di conseguenza, poterli licenziare senza troppi vincoli giuridici quando non sono più utili. Questo comporta anche l'esigenza di cambiare gli orari di lavoro da un giorno all'altro, non avere più mansioni fisse e, addirittura, una sede di lavoro determinata. Da tutto ciò nascono i contratti a tempo determinato, i part-time, le collaborazioni coordinate e continuative, il popolo delle partite i.v.a., il lavoro interinale.
Sicuramente i modelli organizzativi e le tecnologie delle imprese dell'inizio del XXI secolo richiedono, per poter sopravvivere, il lavoro flessibile. Non si tratta dell'unico scenario del futuro e tantomeno questo decreterà la fine del lavoro "tradizionale"(come qualcuno ha già predetto), ma sicuramente la flessibilità è qui per restare, non solo, ma si fermerà a lungo. Per questo è importante chiedersi quali sono i costi sociali di tutto ciò e, soprattutto, chi li dovrà pagare.
Ci hanno detto che la flessibilità è un bene perché non solo farà aumentare l'occupazione, ma renderà l'attività lavorativa più creativa e interessante. Ci hanno chiesto di crederci, senza tante discussioni. Ma il dubbio viene. Il dubbio che dietro la richiesta di maggiore flessibilità si celino altri intenti. Innanzitutto un attacco generalizzato al diritto del lavoro, che in poco meno di un secolo ha portato la settimana lavorativa da 60 ore a 38, ha introdotto il diritto alle ferie, la sicurezza sui luoghi di lavoro e i diritti sindacali. Insomma, ha trasformato i padroni in datori di lavoro e i braccianti a giornata, gli sfruttati, in lavoratori con piena dignità di cittadini, indipendentemente dal censo e dalla professione. Invece di considerare queste norme come un'irrinunciabile conquista della democrazia, si dice che si tratta di un residuo giurassico che, in più, danneggia quelli che dovrebbe proteggere.
Sarà, ma il dubbio resta: soprattutto quando quelle stesse persone dicono che se mi assumono con un contratto flessibile la mia vita sarà più stimolante e movimentata. Grazie tante.
Ma il dubbio continua a persistere, soprattutto se ci si ferma a pensare che quando tante persone lavorano per tanti anni sotto lo stesso tetto, in una stessa azienda, è più facile che si rendano conto, prima o poi, di avere interessi comuni. Sarà anche noioso, ma è così che sono nati i sindacati.
Se invece queste stesse persone mutano continuamente perché la maggior parte sono part-timers, interinali o temporanei, che per di più dipendono da 30 aziende diverse grazie a varie catene di sub-sub appalti, è molto difficile che si organizzino o si iscrivano ai sindacati. Anzi, saranno portati a non farlo, a diventare lavoratori docili come agnellini per paura di non vedersi rinnovare il contratto.
Per questo motivo diventa sempre più importante considerare, non solo i vantaggi economici, ma anche gli oneri sociali e personali che la flessibilità comporta, e quindi trovare il modo di ridurli. È necessario introdurre una rete protettiva universale che attraversi le diversità contrattuali, garantendo i lavoratori tipici e atipici contro malattia e disoccupazione ed estendendo a tutti quei diritti primari così faticosamente conquistati.
Infatti, è sicuramente vero che il lavoro è soggetto alle leggi dell'economia e del diritto: per questo si utilizzano termini come mercato e contratto. Ma già i primi studiosi che si occuparono della materia si resero conto che c'era una particolarità che, nonostante tutti gli sforzi, non si riusciva a eliminare. In questo mercato la merce che si scambia è particolare: è una merce che pensa.
NUMERO /3
Anno 2002, n. 3
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