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Quel discorso di Brodolini ad Avola
 
Lottare per non dover più temere il licenziamento e non dover più elemosinare l'assunzione […] In un periodo di ricchezza crescente, questa esigenza di giustizia, questo alzare il capo di chi lo ha sempre tenuto basso, rappresentavano un'avanzata morale"

Arturo Carlo Temolo

Giacomo Brodolini è un nome che dice poco o niente, alla maggioranza degli italiani. È invece un personaggio importante della nostra storia. Ciò di cui tanto oggi si discute, l'articolo 18, trova la sua genesi nell'opera di questo Ministro del lavoro socialista. Brodolini non amava definirsi "Ministro del lavoro", perché preferiva la dizione "Ministro dei lavoratori". Del resto, non aveva esitato a passare la notte di Natale del 1968 nella tenda piantata davanti a Montecitorio da alcuni operai che rischiavano di essere licenziati. Pochi giorni più tardi, il 4 gennaio 1969, ad Avola, in Sicilia, vi erano stati degli scontri tra polizia e braccianti, che avevano causato la morte di due contadini. Presidente del Consiglio era allora Mariano Rumor, e nella coalizione di governo era presente anche il PSI (nonostante la stagione del centro-sinistra avesse ormai da tempo esaurito la sua carica innovativa, trasformandosi in mero accordo di governo). Brodolini, di quel governo Rumor era, appunto, il Ministro del lavoro. Poteva accettare, un riformista come lui, che sotto un governo a partecipazione socialista accadessero simili situazioni? Brodolini andò immediatamente ad Avola, portando la sua solidarietà come Ministro del lavoro alle vittime di quello scontro. Ma fece di più: denunciò come incivile e intollerabile le formule di ingaggio dei lavoratori agricoli, i soprusi e le umiliazioni che essi dovevano subire (tra le tante, il fatto di essere "tastati" come animali al fine di verificarne la robustezza), e annunciò, soprattutto, che presto i lavoratori e le lavoratrici italiane avrebbero avuto uno Statuto dei lavoratori (purtroppo Brodolini, a causa della sua prematura scomparsa, nel luglio 1969, non riuscì a vedere promulgata la legge n° 300 del 20 maggio 1970, giorno ufficiale della nascita dello Statuto).
Certamente lo Statuto nacque sull'onda delle grandi lotte operaie del famoso "autunno caldo" del 1969, ma in realtà era il naturale approdo di un percorso iniziato negli anni cinquanta che doveva finalmente imprimere alle relazioni industriali connotati di democrazia e di libera partecipazione. L'Italia degli anni cinquanta e sessanta, l'Italia della scelta atlantica e del boom economico, aveva però anche vissuto fasi di quella che alcuni storici hanno definito "democrazia congelata", vale a dire una democrazia in cui i diritti formalmente riconosciuti dal dettato costituzionale venivano frequentemente messi in mora da pratiche di esclusione e discriminazione, specie nel mondo del lavoro. Si possono citare alcuni casi tra i tanti (un'analisi attenta e dettagliata si può trovare nel bellissimo volume di Guido Crainz "Storia del miracolo italiano", pubblicato nel 1996 da Donzelli). Pietro Nenni, aprendo i lavori del XXI congresso del PSI, nell'aprile 1955 (periodo in cui il PSI si avviava ormai ad emanciparsi dall'alleanza frontista con il PCI, a favore di una strategia politica autonomista ed improntata al dialogo con la DC), metteva in evidenza come l'intimidazione, il ricatto, il sistema di perquisizioni all'entrata in fabbrica, fossero all'ordine del giorno.
Nel Marzo 1958, alla vigilia delle elezioni per le commissioni interne alla Fiat, veniva diffuso un manifestino in cui si affermava che presentarsi come candidato o scrutatore della FIOM significava di fatto mettersi in lista di licenziamento. In quegli anni c'era soprattutto il problema di coloro che emigravano per cercare lavoro nel nord industriale: quasi nessuno di essi si rivolgeva agli uffici di collocamento, preferendo diventare soci di cooperative gestite da conterranei (a Torino erano circa 300, con circa 30000 lavoratori), che li avviavano alla manovalanza nelle fabbriche, senza il minimo contributo assicurativo (sarà la legge n° 1369 del 23 ottobre 1960 a vietare l'appalto e il subappalto della manodopera). La lotta per la libertà di opinione nelle fabbriche, o per l'abolizione delle guardie giurate adibite al controllo delle attività lavorative, o ancora per l'abolizione di impianti audiovisivi per il controllo a distanza delle prestazioni lavorative, ricompattò il sindacato, sia facendo maturare posizioni più riformiste all'interno della CGIL, superando quel verticismo contrattuale e l'eccessiva politicizzazione dei conflitti sindacali che ne avevano causato la sconfitta alle elezioni in FIAT nel 1955, sia mettendo la CISL in una posizione di scontro con il padronato mai avuto in precedenza (per effetto delle logiche stringenti della guerra fredda).
Lo Statuto nacque soprattutto per combattere quelle distorsioni, per superare quelle rigidità sulla qualità del lavoro che stridevano nettamente con le potenzialità del boom economico e con il crescere incessante dei nuovi consumi. L'estrema contraddizione tra la grande produzione di ricchezza e le condizioni reali dei lavoratori (specie per gli alti costi sociali e umani da essi pagati al miracolo economico) non potevano lasciare insensibile la classe politica. O almeno una parte: il segretario del PLI Giovanni Malagodi bollò inesorabilmente come "marxiste" tutte le riforme del centro-sinistra programmatico presieduto da Fanfani nel 1962. Malagodi si prese la rivincita negli anni settanta, quando guidò un governo centrista insieme al DC Colombo. Se fosse stato ancora in vita, difficilmente Giacomo Brodolini avrebbe accettato di sedere al tavolo di governo con l'esponente liberale. E dire che Malagodi non aveva neppure un conflitto di interessi da risolvere.
NUMERO /3
Anno 2002, n. 3
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