e niente a cui guardare avanti con speranza,
così è adesso e mai stato diverso.
Robert Frost,
La morte del bracciante.
Ci risiamo. A implorare lavoro dai cavalieri d'industria e dai finanzieri delle devastazioni urbanistiche - e umane - come invochiamo pioggia a sant'Elìa. Sono loro, i re taumaturghi, e soltanto loro a "creare occupazione" con un fiat-Plan, non noi stessi con un guizzo d'immaginazione a inventarla. Guardoni della luna, danzatori delle stelle, "rinnovati filistei della boheme e della mandronìa".
Così, come il secolo trascorso, ossia ieri, ci definiva un lungimirante sindacalista Nuorese, al secolo Denti Giuseppe Maria, esalando in un ciclostilato questo ottativo del suo cuore. Due pùnti: "Noi... quelli che continuano a vivere la modernità nella tutela del lavoro, pretendiamo ancora la industrializzazione di Ottana e ben vengano i Roych, i PCI, CGILCISLUIL, se portano lavoro". Questo, appena ieri. E verificando oggi quanto queste accorate litanìe abbiano trovato udienza nei sempre più serrati cieli della politica e dell'economia, resta solo da chiudere con un mesto e rassegnato "amen".
Ma è legge di gravità. Una volta infilata la strada verso il basso, si è attirati al fondo, si rotola alla fine. Quanto al lavoro, manuale o intellettuale che sia, a volerne trovare uno, non resta che andarselo a cercare là dove da sempre si trova. Altrove.
Occupazione. Lavoro. E raggiungiamo l'insensato, l'assurdo: un intero paese del Quìrra si rivolta, invade la piazza, si appella al Presidente della Repubblica perché venga salvaguardata una servitù militare che garantisce la "giornata" e scatena metàstasi: pane e companatico. Si vorrebbe di meglio? Questa accoppiata saporosa il paese la conosce, l'ha assaggiata. E non ci vuole rinunciare. Sa, ma non vuole sapere. Non se ne parla neanche.
Così, lo stesso "lavoro" che, nel Salto, dà di che campare regala un di più non desiderato e tuttavia accettato: un "valore aggiunto" che uccide. Il salario della paura... Alternativa? Si vorrebbe nessuna. Tra l'aut-aut di farsi portar via la "base" e il lavorare-per-morire. Resta una domanda. Prima ancora che di servitù militare campasse e si appestasse, di che ha potuto di che è riuscito a vivere, il Quirra: "de cincimurrèddas e àghera vrìtta"?
Si può magari soltanto azzardare che altri modi di lavorare produrre e vivere, "prima", fossero dati. Più duri e insicuri, forse. Più incerti, anche. Meno "impiegatizi" o "bottegài" sicuramente, epperò anche meno mortiferi.
Quale occupazione, quale lavoro si è dovuto o voluto abbandonare per transumare a una condizione di vita che ogni giorno gioca e temerariamente rischia a scacchi con la morte... La precarietà di una vita sicuramente "povera" per un incerto benessere da uranio impoverito?
Il lavoro dipendente, salariato, che oggi si va profilando è sempre meno quello della continuità, sempre più quello dell'instabilità. Dell'usa e getta inzuccherato di una terminologia da ginnastica dolce: flessibilità.
Nostra madre Fiat, dopo avere depauperato quanto era irriducibile al metalmeccanico e ridotto a monocultura della ruota a benzina un modo di produrre differenziato, oggi con qualche incertezza di mercato, costipata di non-venduto, si appresta a smobilitare e svendere. Uomini e ferraglie. Tutti a casa: un pacifico otto settembre dell'industria "nazionale".
Lascio alle aspettative dei catecumeni di Tìscali e dei suoi mondi virtuali le scommesse sul futuro. Dagli USA, intanto, s'è già fatto sentire qualche sinistro scricchiolìo.
* * *
Occupazione. Lavoro. Non del tutto inediti, ulteriori servaggi sono in lista d'attesa. Schiavitù volontarie e aggiuntive: bloccate ieri sulla porta d'ingresso, irrompono ora sfondando le finestre. Aga Khan: conoscenza di vecchia data. Non possiamo essergli altro che grati: ha portato occupazione e lavoro sui quali ha edificato un modesto patrimonio: Starwood. Un nome da sogno: più che un bosco fatato, una foresta stellare. Così che, ancora una volta, con immutata fiducia a Lui ci appelliamo: "gemèntes et flentes".
C'è un "Sardinia Board" dalle parti di Porto Cervo, giorni di mezzoaprìle. Perché non lanciargli un appello, all'Aga, nostro ambasciatore nel mondo. Fargli intendere, brache a mezza gamba, che "ora" la nuova Giunta è più che disponibile. Basta fare un primo passo, costa niente. Infatti. "Pili chiama, gli uomini di Kharim rilanciano il master plan", gongola il 21 aprile, fatidico natale di Roma, il giornale dell'imprenditore Zuncheddu, traghettato uomini e carta al berlusconismo.
Visto? Il putto un po' bolso alla presidenza della Regione chiama, gli uomini del Principe "rilanciano". Lavoro e occupazione potevano sperare di meglio? Il master plan può riprendere il suo cammino.
I berluscones isolani, assessori e architetti, consiglieri e segretari non proprio fiorentini di Forza-a-dritta, da parte loro, garantiscono che entro pochi giorni la Giunta varerà una nuova legge urbanistica. Mentre dall'entourage del Principe non possono arrivare se non "commenti improntati all'ottimismo". Con tutta questa buona volontà di "andare avanti . . . È la legge di gravità che, a dispetto degli anni dell'universo, continua a funzionare. Fino alla consumazione. Sempre. Una volta superata la fase di "avviamento iniziale". Una volta che appena ci si sia affacciati ai bordi del piano inclinato... Giù, a tutta Forza, fino in fondo, ora che ci siamo. Fino a stravolgere quanto rimane di paesaggio e natura.
* * *
Finisce qui, tutto qui per occupazione e lavoro? Macché: c'è ancora un meglio del meglio. Risponde al nome un po' sinistro, a dire il vero, di Colony Capital. Che chissà perché chissà come fa pensare ad antiche e ormai dismesse colonie di ere ormai sepolte nella polvere. Fa pensare, anche, ad una vecchia e mai rappacificata "disamistàde" tra capitale e lavoro. A un vecchio signore di brizzolato pelo, di cespugliosa barba oggi rinchiuso a doppia mandata in soffitte e cassetti persino da Bertinotti . . . Che Colony Capital ci abbia qualcosa a che vedere, con questi spettri mai trascorsi? Niente di tutto questo. Colony Capital, come non mancano di informarci il 26 Aprile gli uomini di Zuncheddu, conferma semplicemente una sua più vantaggiosa offerta per la Costa Smeralda. Il finanziere libanese Tom Barrack, nel quale Colony Capital si è incarnato assumendo fattezze umane, ha incontrato a villa Devoto - poteva chiamarsi diversamente? - il putto della Regione risparmiandogli una seconda "chiamata" e ha scodellato quanto segue:
- Non uno, bensì, due master plan a Porto Cervo.
- È "in lizza" per un bucolico "déjeuner sur l'herbe" a Starwood.
- Promette di dare un'occhiata anche nel Sulcis, progettando campi da golf, polo - ancora della libertà? non basta uno? - e un autodromo. Il tutto per la felicità di disoccupati, ginnasti "flessibili" e occupati senza domani. Come non dargli ragione, al finanziere: visto che Lui punta tutto sulla qualità e non sulla quantità". Di quest'ultima, già da tempo, non sapevamo che farcene. È un turismo di qualità che proprio ci mancava.
Così che, soltanto ora, potremo anche noi cantare a piena gola, in sintonia col poeta Antonìnu Mura Ena:
Ei como chi fulànos cavaglieris
torran a minettare chelu e terra,
ohi cantu e cantu
m'est in coro s'ispàntu
de su chi happo 'idu
e de su chi happo intesu …