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Lavorare a Nuoro
 
Mi è di conforto nello scrivere queste note la ferma, serena convinzione che per quanto possa essere approssimativo e superficiale, non riuscirò, comunque, a battere su questo tema i primati registrati da studiosi, opinionisti e politici obbligati molto più di me a sforzarsi di trattarlo con la serietà che merita. È l'argomento principe di tutte le campagne elettorali, ma è, soprattutto, la maggiore preoccupazione di tutti i sardi: il lavoro.
Perché non c'è lavoro nella provincia di Nuoro? Perché le imprese da noi nascono malate, rachitiche, nel migliore dei casi, già con l'odore della morte addosso?
Perché il sardo non è imprenditore, si dice. Il sardo è portato alla meditazione, alla malinconia, al fatalismo, e non ha il coraggio necessario per rischiare, per assumersi i rischi e le responsabilità dell'impresa. Senza contare che gli imprenditori veri, i non sardi, sono scoraggiati dal venire in Sardegna dalla paura della ferocia innata, belluina dei sardi in genere e dalla remissività di quelli onesti. Anche se è da dire che le banche sarde, gli enti sardi, finanziano qualsiasi straccio di progetto presentato da imprenditori non sardi, mentre obbligano ogni sardo che voglia cominciare qualsivoglia intrapresa a maratone burocratiche spaventose, tanto che i pochi sardi che riescono lo fanno a prescindere da finanziamenti pubblici che non arrivano o arrivano quando le sorti dell'impresa sono già decise. Chie campat campat e chie morit morit.
C'è nel modo di vedere il problema del lavoro dei sardi un incontro di razzismo di funzionari continentali e di disonestà intellettuale dei politici sardi. Dire che il sardo non ha capacità imprenditoriale è come non dire nulla. Chi lo dice è l'amministratore di turno che cerca un alibi alla sua incapacità e alla sua cortezza di vedute o è un razzista strutturale.
Quando mai sono esistiti doti o difetti naturali o attitudini innate di un intero popolo? Ciò che è difficile sostenere per un individuo (che è nato portato alla poesia, all'arte, alla criminalità o alla santità) è idiota sostenere per un popolo intero. Chi conosce un briciolo di storia mondiale sa che popoli che hanno dominato il loro tempo, in certe epoche storiche, hanno poi conosciuto periodi tristissimi. I cinesi che hanno illuminato il mondo per un paio di millenni sono quasi stati instupiditi dall'oppio imposto dagli inglesi nell'ottocento. I mongoli che oggi sono pastori nomadi quasi marginalizzati hanno avuto per secoli il dominio del mondo. E lo stesso si può dire per gli arabi. Come si può dire che gli europei, che oggi dominano il mondo sono stati per mille anni un gregge incivile che balbettava davanti ai maestri dell'oriente.
La storia dimostra che un popolo non nasce portato a un comportamento, a una cultura, a uno stile di vita, ma è portato dalle circostanze geografiche e storiche a un comportamento, a una cultura, a uno stile di vita.
La nazione sarda (il termine non vuole avere un immediato richiamo politico, ma semplicemente un significato storico: fino ancora a tutto l'ottocento gli studiosi e i politici, sardi e non, parlavano di nazione sarda senza tanti giri di parole) non ha nessuna dote e nessun difetto innati, ma ha doti e difetti che le derivano dalla sua storia e dalla sua condizione geografica. La storia che conosciamo meglio è quella degli ultimi cinquecento anni, ed è la storia di una umiliante sudditanza ad altre nazioni. Nello stato di sudditanza è difficile che un popolo formi una classe politica amministrativa capace e moderna. I pochi dirigenti che riesce a formare, a costo di sacrifici immani, sono chiamati altrove, mentre ai posti che dovrebbero essere i loro sono chiamati gli scarti del popolo dominante.
Nella Sardegna attuale è giusto dire che il fenomeno si perpetua più per inerzia che per volontà cosciente di qualcuno. Il popolo sardo non ha più bisogno di qualcuno che lo tenga in soggezione, perché ci pensa da sé. Non sentendosi nazione, non elabora progetti collettivi ma disperde tutti i suoi sforzi in sogni individuali che coinvolgono al massimo una cerchia ristretta di parenti e di amici, e che spesso si ostacolano l'un l'altro. Così che il fenomeno dello spopolamento, che è da sempre l'ostacolo principale alla crescita economica della Sardegna, non fa che perpetuarsi e perpetuare il circolo vizioso di spopolamento=crisi economica, crisi economica=spopolamento.
Che lo spopolamento sia alla base del mancato sviluppo della Sardegna non lo invento io, sia chiaro. Lo dicono e lo hanno detto e scritto tanti nomi illustri. Ma è anche una constatazione elementare dalla quale, stranamente, i sardi rifuggono.
Perché consenti ai tuoi figli di andarsene? Perché qui non c'è niente. Che cosa possono fare?
Per iniziare, possono vendere qui quello che produciamo e possono produrre qui tutto quello che importiamo. Gli spazi sono enormi. Importiamo praticamente tutto: non c'è che da prendere da un elenco interminabile una merce da produrre, studiare come produrla, produrla e venderla. È evidente che il presupposto è che i sardi comprino e consumino prima le merci prodotte in Sardegna.
È un ritorno all'indietro. È un discorso revanscista. Mi meraviglia che proprio tu, che hai pianto e urlato per il Vietnam e per l'Angola, ti voglia rinchiudere in un discorso così angusto! Siamo cittadini del mondo, che diavolo!
Che bei discorsi! Peccato che i paesi ricchi non siano così cittadini del mondo. Gli Stati Uniti per imporre i loro prodotti scatenano guerre, bombardano popoli e negano le medicine a mezzo mondo. La civilissima Francia fa il diavolo a quattro se si parla del suo latte o del suo vino. E ho visto milanesi in vacanza qui in Sardegna cercare con metodo e determinazione nei supermercati i prodotti lombardi.
I ricchi lo sanno. La ricchezza si alimenta con la ricchezza, non con le sciocchezze sul cosmopolitismo. Con il resto del mondo si apre una porta controllata, non si spalanca un portone. Non si fanno entrare in un colpo solo tutte le merci, al punto che tutte le nostre botteghe sono costrette a chiudere, se non si vuole il proprio fallimento. Ma è esattamente quello che hanno fatto e stanno facendo le nostre lungimiranti classi dirigenti.
Hanno consentito la distruzione del nostro patrimonio zootecnico, lasciando nel cassetto i progetti e nelle banche i soldi per la elettrificazione e la meccanizzazione delle campagne; hanno ridotto la nostra produzione agricola a livelli di integrazione familiare (la campagnetta per i pensionati, mentre nei supermercati, nei villaggi turistici, nei ristoranti non si trova frutta sarda o gazzosa sarda) e hanno conquistato una continuità territoriale che riguarda le persone e non le merci, come se le persone non siano attirate nei posti dove ci sono le merci. Follia! Lo sviluppo del turismo visto come alternativa alla pastorizia, all'agricoltura, all'artigianato, quando dovrebbe essere il mercato naturale delle attività produttive della regione.
L'Emilia Romagna è ricca anche grazie al turismo, perché milioni di persone ci vanno e non si limitano a sporcare le strade e le spiagge, peraltro già sporche, ma consumano i vini, i formaggi, le carni, l'acqua della Emilia Romagna. Un turismo che non consuma le merci dell'entroterra non può che arruolare sguatteri, non certo promuovere imprenditoria e ricchezza. Una regione non diventa ricca perché milioni di appassionati invadono le sue navi, le sue strade, i suoi boschi, le sue spiagge, i suoi scadenti presidi sanitari, ma perché milioni di turisti sono un mercato irripetibile per le sue merci, se la regione le difende e, nei modi leciti, le impone, come fa qualsiasi paese sovrano. Mentre i nostri commercianti si lamentano per la concorrenza dei senegalesi che vendono asciugamani sulle spiagge (misera s'argiola chi timet sa urmica), tutte le licenze commerciali sono svendute a catene che drenano le nostre risorse e le dirottano altrove, senza lasciare qui manco le tasse (non sono residenti in Sardegna).
Il discorso si potrebbe irrobustire con le cifre, ma né questo è il luogo adatto né io sono il tecnico indicato per farlo. Spero solo che il ragionamento sia chiaro: la Sardegna oggi non è spopolata per la insalubrità della sua aria, che gode anzi delle migliori condizioni per la qualità della vita, ma perché la ricchezza prodotta in Sardegna, dalla istruzione dei suoi figli ai proventi dei turisti attirati dalle sue bellezze, se ne vanno. Bisogna chiudere il portone spalancato e aprire una porta controllata, affermando con assolutezza la primogenitura dei sardi in Sardegna.
NUMERO /3
Anno 2002, n. 3
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