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Forse il futuro è già in noi
 
Sento la mia nuoresità come un debito di vita, e non per gli insperati agi goduti, ma per le sofferenze e le esclusioni patite, che mi hanno aperto alla conoscenza più di ogni altra esperienza. Ciò che mi porto dentro di questo borgo-città è insuperabile, mi ha dato tanto mondo che è come se in me si fosse inseminata una seconda natura. Proprio la condizione di debitore inadempiente mi spinge a uscire dalle lamentazioni e cercare qualcosa di non effimero, un nuovo inizio da cui partire per reimmettere la vicenda nuorese nel corso della storia. Da tempo non rivolgo più ad amici e conoscenti il mio trepidante ite nobas in bidda?, e non per indifferenza, anzi… solo che fa male ascoltare quelle denunzie che nella loro vacuità sembrano proporsi come esonero da ogni agire o chiamata di responsabilità. I mali di Nuoro li conosco tutti, per scienza ed esperienza, se tento di numerarli mi ci perdo, ma dove possiamo trovare ascolto senza un'idea o un progetto che valgano a sottrarci dalle nostre afflizioni?
Per imitazione di ciò che accade in altre latitudini, siamo portati a dare rilievo ai valori negativi e critici, mettendo in ombra o ignorando ciò che di positivo brulica nel sottosuolo dimenticato della nostra città. Non si tratta di inventarci altri miti, ma di dare espansione e durata a quel poco che faticosamente i nuoresi tentano di costruire.

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Fra le tante iniziative promosse in campo culturale, acquistano particolare visibilità le commemorazioni delle personalità che a Nuoro hanno dato lustro. Sono iniziative meritorie e anche risarcitorie, in cui tutti ci riconosciamo, e tuttavia quel passato non riesce a indicarci un metodo che ci aiuti ad orientarci in questo passaggio d'epoca, che è trapasso di mondi. Dobbiamo nutrirci di futuro, e nel nostro futuro ci sono anche i piccoli grandi nuoresi che con un azzardo che rasenta la temerarietà tentano di sfidare il dio dell'immobilità. Il riferimento riguarda l'irruzione dei produttori sulla scena nuorese: produttori di beni, di linguaggi, di idee.
Nuoro è mutata profondamente in questi ultimi anni: è mutato il suo volto, con gli sfregi che ci offendono, ed è mutata anche la sua anima, o ciò che di essa si riflette nei modi di vivere e convivere. I mutamenti, spesso drammatici, sono stati compiuti in una condizione di solitudine e di isolamento, anche quando ci si è mossi per imitazione degli altri. I molti nuoresi che hanno avuto successo sembrano i superstiti di un cataclisma che ha travolto uomini e cose. Le loro storie hanno un'apparente uniformità, tanto che in un ideale diagramma potrebbero ricalcare curve simili sia nelle ascese che nelle cadute. Ciò è da ricollegare al niente che sta all'origine di ogni vicenda e che per la sua drammaticità sembra imporsi su ogni altro dato connotativo. Dai padri hanno ereditato soltanto la tempra del lottatore; il resto, nel bene e nel male, l'hanno creato da soli, dimenticando spesso di essere pazienti.
Il produrre, tuttavia, più che gesto di eroi solitari, che affidano le loro scelte all'impulso imitativo, è costume di vita, ansia del nuovo e del meglio, consapevolezza e sapere che esalta la mente e si inscrive nelle cose.
Tuttavia c'è molto da salvare in queste sfide: il coraggio e la riscoperta del movimento, innanzi tutto, che sono segni di vitalità; manca la visione d'insieme, è vero, e persiste un deficit di razionalità che spesso porta a cadute rovinose, ma colpisce la vastità dei campi in cui quel fare si dispiega, riflesso della straordinaria capacità immaginativa che è uno dei tratti del "genio" nuorese.

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I nuovi orizzonti che la rivoluzione informatica schiude davanti a noi, sembrerebbero un risarcimento della storia, un premio quasi alla cultura dell'attesa di cui per secoli e secoli ci siamo nutriti, dando corpo a quella costante resistenziale in cui si sarebbe incarnato il "genio" della nostra stirpe. Può darsi che ci sia dell'eroismo nelle nostre passività antiche e recenti, se non altro per le sofferenze, le privazioni e le esclusioni che esse hanno comportato, ma non abbiamo da gloriarcene, dato che l'arresto della storia in cui abbiamo vissuto ci ha depotenziato di molte delle nostre qualità, facendoci giungere a questa svolta epocale gravati da ritardi che sembrano incolmabili.
Se tentiamo di descrivere o rappresentare la nostra marginalità, che sembra compendiare debolezze e virtù del nostro essere nuoresi, c'imbattiamo in un dato reale che ha la pesantezza dei monti che gravano sulla nostra terra: il riferimento riguarda la povertà della nostra struttura produttiva, intesa come combinazione-fusione dell'intelligenza umana con le forze della natura. A lungo abbiamo ascoltato i sapienti parlare dei "vincoli" interni ed esterni che vanificherebbero ogni tentativo di sviluppo, ed erano prediche talmente suadenti nella loro pretenziosità, che finivano per scoraggiare, umiliandoci, le nostre timide iniziative imprenditoriali. Pur nella consapevolezza delle nostre arretratezze e fragilità, forse siamo prossimi a dare piena espressione alle nostre potenzialità. I ritardi culturali si possono colmare, le nostre capacità di apprendimento non hanno uguali, lo dimostrano le vicende dei nostri fratelli sparsi per il mondo, i cui successi in ogni campo del sapere e del fare hanno del prodigioso. Ma a infonderci fiducia in questo passaggio cruciale concorrono soprattutto le nostre specificità di indole, di ambiente, di collocazione geografica, di tradizione, diventate insperatamente elementi inclusivi, convertibili in condizioni di privilegio nell'epoca degli immateriali e dell'informazione diffusa.

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Qualche anno fa, con felice intuizione, i nuoresi erano stati definiti delle monadi, incapaci di fare mondo senza l'aiuto di un Dio, quel Dio che sembra abbia voltato le spalle a Nuoro e alla sua gente. C'è del vero in questa immagine poetica: noi nuoresi, come le monadi leibniziane, "non abbiamo finestre" e non comunichiamo fra di noi, forse perché ci è mancato e ci manca ancora un linguaggio di dialogo, che è il linguaggio del comprendere e dell'agire. Gli antenati pastori erano uomini di soliloqui, i dialoghi e le intese fra di loro erano precari, prevaleva il confronto duro in cui ciascuno sembrava cercare compensazione alle sofferenze patite.
Il sogno fantastico concepito da Leibniz, incentrato sulla teoria dell'"armonia prestabilita" con le monadi regolate come tanti orologi al momento della Creazione, forse può trovare un suo inveramento nei cimenti imprenditoriali dei produttori nuoresi, nella cui visione del mondo l 'impresa diventa un luogo di apprendimento e di ascolto, dove i figli apprendono dai padri e i padri dai figli e dove perfino la morte è vitale. Al di là delle querule lamentazioni, forse Nuoro l'ha già imboccata la strada che conduce non all'"armonia prestabilita" opera di quel Dio assente, ma all' "armonia costruita" opera dell'uomo capace finalmente di orientare comunicativamente il suo agire verso l'intesa negata ai padri.

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Pensando al punto di svolta cui siamo chiamati, torna in mente l'immagine suggestiva Lacuna del presente con la quale si è voluto rappresentare lo scarto tra l'orizzonte delle aspettative influenzato dall'enorme accumulo di informazioni e lo spazio stretto dell'esperienza in cui viviamo. Come fare per non restare in balia di eventi lontani che non si riesce né a capire, né a controllare? E come fare per fermare quelle "catene" disumane, destinate a fornire prodotti il cui valore sparisce nell'attimo stesso in cui nasce?
Questa apparente "divagazione" critica e autocritica è la cornice in cui si inscrive la vicenda del produttore radicato nella realtà nuorese, figura complessa che sfugge a qualsiasi definizione per quel suo essere e non essere, capace però di rompere circuiti e schemi con accelerazioni e fughe che possono essere foriere di cadute ma anche di resurrezioni. Siamo all'inizio di un processo lento nell'andatura e incerto negli approdi, se falliamo non ci sarà un nuovo inizio, la storia con le sue accelerazioni vertiginose che scompongono e ricompongono popoli e patrie, ci ricaccerà nello squallore di quella "società congelata" cui, per ignavia, c'eravamo consegnati. Non sono in gioco solo le sorti dei silenziosi iniziatori del "disgelo", ma dell'intera comunità nuorese, che pure ha nel suo seno tutte le potenzialità per la sperata risalita. Ed è proprio l'intera comunità che deve riacquistare la soggettività perduta, che in altre epoche ha svolto il ruolo di protagonista assoluta. Preambolo alla comunità soggetto è la ricomposizione del "noi" , ossia un salto dalla passività dell'attesa propria del consumatore, al dinamismo creativo del produttore. Solo da una comunità plurale ma coesa in tutti i momenti della sua vicenda possono scaturire gli impulsi capaci di esaltare le virtù nuoresi.
L'"Atene sarda" forse è una delle tante mitizzazioni cui ricorrono le comunità povere di storia, ma è innegabile che quelle intelligenze che hanno dato voce e fama a Nuoro hanno avuto nascimento qui, dove le parole dei poeti e i segni degli artisti attendono di incarnarsi in un "fare" virtuoso. Ma c'è un qualche legame fra Sos zigantes dell'"Atene sarda" e i piccoli produttori impegnati nel "disgelo"? Forse il mistero di Nuoro è racchiuso in questo legame, tenue quanto si vuole, ma spia di una continuità che persiste e resiste al tempo e alle vicende. I piccoli produttori sono anch'essi portatori di intelligenza e di creatività, non sono cime, ma ricompongono un bosco che può straripare fino diventare foresta. Il problema è se sia possibile tradurre in termini di modernità l'"Atene sarda" e portare Nuoro a dialogare alla pari col mondo. Ci sono tutti i presupposti perché Nuoro possa diventare un laboratorio di sperimentazioni, capace di cimentarsi con fatti ed eventi che la trascendono. Ricorrendo al linguaggio matematico, si è tentati di pensare a un grande integrale cui affidare la ricomposizione di quelle che proprio il Leibniz delle monadi senza finestre chiama "piccole percezioni".

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Ma dove cercare il grande matematico capace di comporre l'integrale dell'"armonia costruita"? È una domanda che non potendo sciogliersi in una risposta, attende di essere vissuta. Dobbiamo partire da noi stessi per capire chi siamo e cosa vogliamo; ed è inutile cercare fuori ciò che è prossimo a noi. Il grande matematico è prefigurabile nella comunità soggetto in cui si annidano le "piccole percezioni" leibniziane. Nella costruzione dell'integrale conta il processo compositivo più del risultato finale, perché è proprio attraverso la ricerca e le aggregazioni successive che si ricompongono le rotture e le scissioni che ci attraversano anche individualmente.
Il debutto della comunità nuorese come soggetto protagonista può costituire un evento epocale. Si tratterà di studiare le modalità o procedure di un tale debutto, di delimitare le aperture di campo e tracciare i percorsi o temi narrativi dell'intero progetto. In termini operativi immediati, le modalità potranno concretarsi in un Convegno di studio, ricerca e proposta, una sorta di conferenza sul futuro di Nuoro, promossa da un soggetto plurale che assommi i contributi delle collaudate strutture pubbliche e private esistenti. La conferenza dovrebbe avere valore fondativo, dovrebbe cioè costituire l'atto di quella rinascita molto promessa e poco attuata. Modalità, aperture e percorsi del metaforico integrale non sono fughe letterarie, ma elementi costitutivi del paradigma dell'intesa, che resta il grande obiettivo del Convegno e delle sue espansioni.
In materia c'è un precedente significativo e riguarda la città di Napoli che, nell'epoca in cui aveva toccato il fondo del suo degrado (1986) promosse un Convegno che fece epoca e non solo per il suggestivo enunciato dell'obiettivo "Regno del possibile", mutuato dai dibattiti filosofici di quegli anni, ma perché le idee e i progetti scaturiti dal Convegno hanno posto le premesse della rinascita di quella città, la cui vicenda ha finito per diventare un punto di riferimento per contesti di altre contrade. Il nostro ipotetico Convegno, da approfondire e definire in tutte le sue espressioni, avrebbe davanti a sé scenari completamente diversi, con sullo sfondo un mondo in cui non c'è aspetto della vita collettiva che non sia interpretabile in una prospettiva che trascende i confini locali. Le nuove opportunità sono infinite, come infiniti sono i rischi che si annidano in ogni scelta; non vi è posto per l'imitazione e l'improvvisazione, occorre un supplemento d'inventiva e di creatività, e una rigorosa verifica critica e autocritica di ogni gesto che ci si appresti a compiere. Sappiamo di essere più esposti di tutti, proprio perché ci presentiamo a questo storico appuntamento con le nostre "nudità", che mentre ci danno la possibilità di aprirci con naturalezza al nuovo e all'impensato, ci fanno trovare indifesi rispetto al potere fagocitario della globalizzazione che incombe. Corazzati di fredda ragione, vogliamo affacciarci anche noi a questo nuovo orizzonte degli eventi, un'opportunità irripetibile per scrollarci di dosso il peso della marginalità.
Tuttavia, se l'iniziativa del Convegno non dovesse avere altro seguito che la pubblicazione dei suoi atti, si ricadrebbe nella ritualità dei convegni e delle tavole rotonde che, per quanto meritevoli, sono destinate a produrre testi che pochi consultano e nessuno legge. Ciò che urge non è un atto singolo o un gesto da compiere una volta per tutte, ma l'avvio di un processo rigenerativo che porti a ridare senso e compimento alla vita, alle cose, al mondo che ci circonda.
NUMERO /2
Anno 2002, n. 2
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