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Itaca addio
 
"Nuoro: sempre più Cinisello e Abbiategrasso", scrive Giovanni Dettori, poeta di finissima sensibilità (in questo numero di "Nuoro oggi" è presente una sua poesia), scrittore acuto ed attento allo spirito del tempo, nel suo libro "Lunga ancora la notte", proprio in questi giorni in libreria, lamentando l'omologazione e l'appiattimento della città di Nuoro che, persa l'immagine mitica, un tempo non lontano attribuitale, di "atene sarda", è diventata oggi sempre più simile a qualsiasi altro hinterland di qualunque città, indifferenziata nell'urbanistica e nell'identità umana e culturale.
In un passo successivo, è amessa però da lui e -sostiene - da altri come lui, esiliati, volontariamente o involontariamente, comunque andati via, finiti in chissà quale "corno di forca", l'impossibilità a non amarla questa Nuoro, anche così sfigurata e alla deriva. È avvertita l'urgenza di ritornarci, anche se malvolentieri, anche se spesso con amarezza e rabbia, anche se talvolta furtivi, in sordina, per non comunicare lo strazio della desolazione ritrovata. È sottolineata l'impressione di sentirsi sempre orgogliosamente sardi nel mondo e dolorosamente stranieri ad ogni ritorno. Ambivalenza del sentimento! Nostalgia e rimpianto per le voci dell'affetto, estraneità e rifiuto per i luoghi, che pure si sono amati e da cui ci si è sentiti, in qualche modo, respinti o, comunque, non benignamente accolti (non stupisce, d'altronde troppo spesso Nuoro è stata matrigna nei confronti dei suoi figli, siano essi Grazia Deledda o Giovanni Dettori, Bachisio Zizi o Marcello Fois).
"Nostos" (la radice della parola nostalgia è evidente) era il termine con cui s'indicava il ritorno in patria degli eroi greci reduci dalla guerra di Troia. Protagonisti ora di storie avventurose e drammatiche, ora d'inebrianti e temerarie o appassionanti e tragiche vicende, affrontavano il ritorno in patria superando peripezie e pericoli e contemporaneamente lo ritardavano per amore della scoperta e della conoscenza di luoghi e costumi differenti. Furono, e rimangono tuttora, proprio per ciò, emblema degli eterni temi che hanno caratterizzato la condizione umana. La fuga in avanti, il desiderio di conoscenza, l'inesausto bisogno di sapere ed esplorare il nuovo, il profondo e ardente sentimento verso la propria terra d'origine e i legami d'affetto, la sottile e tenace nostalgia che costringe al ritorno verso lidi considerati più sicuri e tranquilli, perché noti e familiari i colori, i sapori, i paesaggi, le voci, sono tutti sentimenti che si presentano col volto ambivalente ora dell'attrazione ora del rifiuto. Allo struggente ricordo si sostituisce la necessità di allargare gli orizzonti dell'intelligenza del mondo, al piacere di riconoscere si oppone l'eccitazione di conoscere. Spesso la delusione è inevitabile. Il confronto tra l'altrove, sognato o conosciuto, e il luogo d'origine, lasciato o rimpianto, è, il più delle volte, inappagante, sia in un verso sia nel verso opposto. Ma, se il "nostos" della civiltà greca poteva rappresentare la vittoria della necessità del ritorno al passato, quale lettura bisogne dare, a distanza di millenni, del "nostos" contemporaneo? Quale lettura si deve attribuire oggi alla nostalgia dei luoghi, anche quando questi siano stati poco generosi, alla necessità di riconoscimento da parte della comunità d'origine, nonostante l'esperienza del nuovo e del diverso abbia magari consegnato un'altra consapevolezza e visione del mondo?
La somiglianza tra i "nostoi" classici e i contemporanei è palese. La radice nostalgica, pur risolta in modo differente, è uguale. L'esito nei contemporanei è però differente. Il ritorno non comporta la dolente e rievocativa contemplazione del proprio ricco vissuto nella serena accettazione della tranquilla stabilità affettiva riconquistata dopo le peripezie, ma, come dice Spinazzola nel suo recente saggio "Itaca, addio", al contrario, "Il recupero memoriale del proprio vissuto diventa allora l'occasione per rafforzare la percezione del cammino in avanti percorso dopo il distacco dall'ambiente originario. E non importa se il nuovo universo nel quale ci si è avventurati non è un luogo di salvezza paradisiaca, ma anzi di combattimenti, frustrazioni, rischi insidiosi. L'ingresso nel macrocosmo urbano ha comportato un processo di acculturazione, che implica un potenziamento di umanità proprio in quanto induce una visione critica del presente come del passato, di se stessi come del mondo. Il resoconto letterario di questa fuoruscita dai ristagni dell'atavismo si costituisce perciò come un atto di fede nella progressività dinamica della cultura: ossia la dimensione in cui si attua lo sforzo permanente di dare un senso alla continuità dei fenomeni vitali."
L'esperienza del ritorno in patria, metafora antropologica del viaggio della vita, assume da una parte "la valenza simbolica di un itinerario di ritorno alle origini", dall'altra rivela la consapevolezza del passaggio tra un mondo in definitiva via d'estinzione e uno nuovo in dinamica evoluzione e cambiamento. La semplicità e linearità della restaurazione dell'ordine atavico si confrontano con la presa di coscienza dell'irreversibilità del nuovo sistema di vita con la sua complessità e ricca pluralità di interazioni, con la consapevolezza definitiva del passaggio tra arcaismo e modernità.
Il ritorno, sostiene sempre Spinazzola, il soggiorno nel luogo d'origine sono attuati "al solo scopo di attualizzarne la memoria", di capire l'inquietudine sedimentata nel fondo dell'anima dall'esperienza esterna, di verificare, sottoporre a prova, il ricordo, ultima tappa della formazione, per ricomporre l'unità della persona sdoppiata tra l'ieri e l'oggi, attraverso l'intelligenza ordinatrice che demitizza il favoleggiamento e prende coscienza dell'ineludibilità della separazione dal passato, pur con rammarico o addirittura con cupa angoscia. Il non riconoscersi senza riserve nella modernità, pur nella comprensione della necessità dell'adeguamento, è dato dal cruccio per "la perdita della prossimità alla natura, al mistero della vitalità panica, privilegio di cui fruiva la semplice umanità contadina". La rivisitazione fisica del luogo si rivela però restia ad abbandonarsi al processo di idealizzazione. Il traguardo, la ricerca di senso, intravisti nel ritorno, si scontrano con la durezza della vita di chi in quei luoghi deve vivere. Alla "prova del nove" del ritorno e della rivisitazione del ricordo, l'emigrazione si rivela una scelta giusta, la civiltà arcaica è, non disprezzata o rinnegata, ma superata, il presente ed il passato sono letti senza essere apologizzati, il confronto con l'esterno consegna capacità critica e d'analisi corretta di sé, del tempo storico e del mondo.
Il partire o il tornare, il qui o l'altrove, sono, allora, i percorsi inevitabili della costruzione di sé, sono il viaggio dentro e fuori lo stesso luogo identitario d'origine, sia esso Nuoro\Itaca, sia esso Nuoro\Cinisello-Abbiategrasso.
NUMERO /2
Anno 2002, n. 2
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