Così è per l'espressione Atene sarda. Sappiamo bene, purtroppo, che nella Nuoro attuale suona quasi come irrisoria. Senza andare troppo lontano e senza analizzare troppi settori, diciamo subito che l'università nuorese è morta prima della sua stessa nascita, e per nostra volontà. Iscriviamo i nostri figli a Bologna, a Firenze, a Milano, male che vada a Cagliari e a Sassari, ma non certo a Nuoro. Nuoro è un ripiego di pochissimi. Il nostro sogno è la fuga dei nostri figli. Speriamo tutti che i nostri figli vivano lontano da noi, per diventare ricchi, diciamo, anche se sappiamo benissimo che la gran parte di loro vivrà, in un mondo sconosciuto e ostile, con stipendi miserrimi, insegnando o partecipando a concorsi, e facendo, comunque, cose che avrebbero potuto fare, con meno spesa e meno angosce, standosene comodamente nelle nostre case.
Siamo così portati a pensare che a Nuoro non ci sia e non sia possibile la cultura da credere che non ci sia mai stata e che Atene sarda fosse una espressione di dileggio già quando è nata.
D'altronde, questa convinzione è al fondo, e anche esplicitamente espressa, nel capolavoro della letteratura nuorese. Salvatore Satta riduce a ubriaconi, persi nel vaniloquio delle bettole, i Socrate e i Platone della Atene della sua fanciullezza. Ne "Il giorno del giudizio" c'è la storia della Atene sarda. Satta sottolinea quasi con amarezza che la vitalità della Nuoro di allora era tutta dovuta all'apporto crescente di gente proveniente dai paesi vicini. Avvocati, in primo luogo, notai, bottegai, artigiani vigorosi. Forestieri avidi, famelici, decisi a diventare ricchi nella Nuoro che diventava importante centro amministrativo e quasi città.
Se si vuole, e si parva licet componere magnis, è, tutto più in piccolo, la situazione della Atene classica, quando assorbì tra le sue mura tutta l'Attica e richiamò dall'universo greco le menti migliori. Non a caso erano ateniesi i suoi politici e i suoi condottieri, e le vette Socrate e Platone, ma non la stragrande maggioranza dei suoi intellettuali: Anassagora, Protagora, Gorgia, Democrito ecc. fecero la loro fortuna a Atene, ma non erano ateniesi. Il loro apporto migliorò la qualità degli stessi ateniesi, che divennero capaci di dominare il mondo imparando a primeggiare nella loro città.
Nella Nuoro della fanciullezza di Salvatore Satta avviene lo stesso fenomeno, anche se tutto tanto più in piccolo che lo scrittore lo nota quasi con irrisione. Può stupire la risata beffarda di Salvatore Satta, ma solo se non si legge attentamente quello che lui stesso dice.
La Nuoro di allora era un nido di corvi, nel giudizio dei suoi ceti dirigenti, della sua parte più viva, che erano le famiglie dei notabili come quella di Satta. Quelle famiglie preparavano i figli ad abbandonare il nido di corvi. I rampolli, intelligenti, sensibili, leggevano e sognavano mondi grandi e non volevano altro che scappare in fretta da quella turba di loro compaesani selvaggi e di piccoli, invadenti parvenus forestieri che li assediavano. Satta non poteva guardare che con amara irrisione l'arrivo nel suo paese di piccoli faccendieri convinti di trovarsi in città. E non fa che esprimere il naturale atteggiamento del ceto a cui appartiene per nascita e per cultura. Non capisce l'amore del padre per la terra e per i luoghi. Il suo mondo è quello dei sogni femminili e le donne sognano sempre la fuga, per se stesse o per interposta persona. L'aspirazione non poteva che essere quella di seguire le orme di tutti i figli delle famiglie potenti di Nuoro e del contado, che erano avvocati o giudici a Cagliari e a Sassari, quando non a Roma o a Torino.
Io ho presenti le famiglie oranesi, come è naturale. A Orani il fenomeno era avvenuto un secolo prima: i ricchissimi Siotto avevano giudici e senatori a Cagliari e altrove, gli Angioy erano arrivati a sfiorare la vicereggenza, gli Are che si erano insediati a Nuoro esprimevano un sindaco deputato, così come i Pirisi, i Semidei, i Delitala. A Orani non era rimasto nessuno. Lo stesso avveniva negli altri centri, Nuoro compresa.
La più grande degli scrittori sardi, Grazia Deledda è nuorese purissima, ma non ama né Nuoro né i nuoresi, dai quali vuole fuggire quanto prima, e i nuoresi non l'hanno mai amata, non perché non la comprendono, che la comprendono più di quanto si creda generalmente, ma perché la comprendono benissimo non la amano. E appena può, Grazia Deledda scappa col primo continentale che la sposa. Il cantore della Sardegna, Sebastiano Satta, che ama la sua terra e la sua gente e ne è riamato, è nuorese purissimo, ma è messo tra i perdenti nel giudizio del suo omonimo, anche se non nominato. Come non vedere che valgono anche per lui le parole dedicate ai poeti ubriachi? La folla di avvocati, dottori, politici e bottegai (Antonio Luigi Are, Pietro Mastino, Oggiano, Palazzi e via enumerando, in ogni ramo della cultura, per non parlare degli imprenditori, i Guiso e i Devoto) che formano la ricchezza di Nuoro, proveniva dal contado.
Non dobbiamo lasciarci ingannare dalla modestia assoluta dei numeri della Nuoro di allora. Il miracolo del piccolo centro che si animava di dibattiti e convegni è solo un'apparenza, dovuta alla prospettiva sbagliata: Nuoro era grande. Ovviamente non in assoluto, ma relativamente al suo contado. Era piccola per i suoi intellettuali e per i figli dei suoi abbienti, i quali, infatti, la stavano abbandonando, ma era grande e ricca di opportunità per i paesi attorno. Così li attraeva e prendeva da essi le energie migliori, i laureati, i diplomati e gli imprenditori più intraprendenti. Non è stata una cultura che non c'era a attirare energie e muovere l'economia, ma il contrario, come d'altronde era avvenuto ad Atene. Potrà non piacerci, ma è la ricchezza che migliora il mondo, in tutti i sensi. E con la ricchezza cresce il gusto estetico, il piacere della conoscenza, l'amore per la cultura.
Nella Nuoro di allora (così poco nuorese) sono cresciute menti alle quali si rivolgeva l'intera Sardegna. Non è una esagerazione dettata dall'affetto o dal rimpianto. Nuoro esprimeva buona parte della classe dirigente sarda di ogni partito, così come esprimeva il meglio della cultura giuridica e forense e non era certo marginale il peso dei suoi artisti ( il nuorese Ciusa, certamente, ma anche Ballero, Delitala, Palazzi, Floris, Nivola). Ma il fenomeno non si è esaurito nella prima metà del secolo, se è vero, come è vero che il peso della cultura nuorese ha continuato a imporsi fino all'avanzato dopo guerra, se negli ultimi anni sessanta la Democrazia Cristiana nuorese riusciva a imporre il suo progetto di industrializzazione delle zone interne.
Purtroppo per tutti, il tutto è finito nella stanca immobilità di oggi. Che cosa è avvenuto? A Nuoro non c'è più cultura? Non è certamente vero, in confronto alla Nuoro di allora. Pur senza voler giudicare con gli occhi di Salvatore Satta, la Nuoro di oggi è immensamente più colta, più ricca e più vivibile della Nuoro di allora. È vero, però, che anche il livello di vita dei paesi attorno è cresciuto altrettanto ed è vero che nessuno di essi rappresenta per i propri giovani un miraggio per il futuro. In questo senso, Nuoro è diventata piccola, molto più piccola del nido di corvi di Satta. E i nuoresi, i cittadini e quelli del contado, vedono nei loro sogni i figli che prosperano inseriti nelle grandi capitali del mondo, signoreggiando l'inglese e competendo con Bill Gates. E se hanno un soldino da spendere, comprano due mattoni al mare.
Tornando a bomba, la chiave del fenomeno era ed è la ricchezza e il suo fascino. La cultura e il patriottismo sono quanto di più caduco si possa immaginare. I ceti dominanti di ogni tempo e di ogni luogo hanno nei confronti della cultura il sovrano disprezzo che nutrono per gli artisti, i poeti e le prostitute, e, in quanto al patriottismo, sanno che nessun uomo al mondo è originario del posto dove vive: il ricco è cosmopolita. Quando prende l'aereo e va a New York, si sente più affine agli affaristi di Wall Street che ai pastori ogliastrini o ai poeti che professano sa vida da tzia Tatana Faragone. È naturale, e hanno ragione loro.
Il fenomeno si può interrompere, ammesso che lo si voglia, solo con una rivoluzione culturale, con una scelta politica, con una dichiarazione di patriottismo. Ma non si vede niente di tutto questo all'orizzonte. Per ora, tutto è controllato da poche famiglie che stringono alleanze economiche con l'esterno, da Cagliari e Roma, e controllano per conto terzi candidature e progettisti, bloccando scientemente ogni possibilità di sviluppo, sicuri come sono che, al momento opportuno, avranno il biglietto per sedi più ricche e a Nuoro torneranno solo per vacanze di studio o per deridere quelli che sono rimasti, magari in pagine bellissime come quelle di Salvatore Satta.