Qualcuno ha iniziato già a sottolineare che dalla sindrome si è passati ad un vero e proprio accerchiamento reale.
Ma qui vorrei evidenziare che la recente riforma Moratti, al di fuori delle pur importanti e scontate occupazioni studentesche novembrine, è passata in silenzio senza che la classe politica locale, e non solo, prendesse coscienza dei danni che produrrà, in termini quantitativi e qualitativi, nel nostro territorio, in termini occupazionali e di ulteriore degrado culturale.
Un po' di storia. Dodici anni fa, nella conferenza nazionale sulla scuola a Roma, venivano tracciate alcune linee guida per porre rimedio alla deriva del sistema scolastico nazionale. Era evidente la necessità di dare risposte sul versante dell'organizzazione e della qualità. Ma tutta l'operazione venne gestita con una serie di sotterfugi che si sono tradotti, spesso, in inganni.
Mentre a parole si finalizzava il tutto con l'esigenza di migliorare l'offerta formativa, di fatto venivano chiuse le scuole, determinando a macchia di leopardo una desertificazione culturale, in quanto mancò del tutto la messa in atto di quegli strumenti compensativi, che ne avrebbero attenuato l'impatto. Nell'anno scolastico 1993-94 le istituzioni scolastiche riferite a quelle dell'obbligo erano diffuse complessivamente in tutte le realtà urbane del territorio. La scuola elementare era presente nei 100 comuni e in sedici frazioni, ripartite in 42 direzioni didattiche. Mentre la scuola media era presente in 93 comuni e in 3 frazioni, dirette da 57 presidenze. Nel 2000-2001, l'assetto era così determinato: 12 Direzioni Didattiche, 10 Scuole Medie, 43 Istituti comprensivi, (17 I.C. DD, 23 I.C. SM, 3 I.C. G.) per un totale di 86 istituzioni.
Dopo otto anni di razionalizzazione il quadro che ne emerge, anche sotto l'incalzare del calo demografico, è abbastanza modificato e con profili organizzativi delle scuole inediti: 43 Istituti comprensivi, la quasi totalità.
Per quanto si sia arrivati a questa formula con molte difficoltà e tanti dubbi, non va negato che alla fine il modello ha acquisito pienezza di senso, integrando in una struttura fortemente unitaria scuole materne, elementari e medie di un medesimo territorio e ponendo serie prospettive per l'attuazione del principio della continuità educativa e della ricerca sul curricolo verticale, tese a conseguire una migliore qualità degli apprendimenti e delle competenze.
Il viaggio in Sardegna del Ministro non è servito molto, in quanto ha poi ignorato nelle decisioni il fenomeno ormai radicato e reale, e non solo nel nostro territorio, come è oggi l'istituto comprensivo. E così oltre ai grossi sacrifici fatti, "tagli", ora viene negato un possibile modello di scuola che, nella pur difficile scommessa, avrebbe posto argine al problema degli abbandoni e della selezione scolastica nella nostra Provincia soprattutto nei primi due anni della scuola secondaria superiore, la più alta in assoluto in Italia. Il problema non è stato affrontato dal Governo attraverso un modo nuovo di fare scuola, quanto nel deliberato impegno di dare segni forti di discontinuità nei confronti del patrimonio della Riforma del quinquennio precedente e non solo. Così facendo le patologie del nostro sistema scolastico permangono, anzi, per certi versi, possono essere incrementate soprattutto nelle zone culturalmente ed economicamente più depresse, come la nostra.
I soldi per il Polo universitario, seppur con difficoltà, arriveranno. Domani, il vero pericolo verrà dalle aule vuote…